METTERSI IN DISCUSSIONE

Quante volte ci troviamo a ripetere gesti appresi nel tempo, che ormai eseguiamo senza pensarci, come se fossimo automi? La preghiera, purtroppo, rischia di diventare uno di questi automatismi: qualcosa che impariamo da bambini in modo meccanico e distorto. Se pregare significa solo recitare formule, rispettare regole senza riflettere sul loro significato profondo, o accendere una candela sperando in un miracolo (un miglioramento del clima, il superamento di un esame…), allora il "Dio" a cui ci rivolgiamo non è certo il Padre misericordioso rivelato da Gesù, che desidera invece una comunione autentica con ciascuno di noi, donando lo Spirito come presenza costante che dona vita. 
Gesù è venuto per ribaltare le nostre concezioni umane su Dio, per mostrarci che il Signore si fa così vicino a noi da diventare il nostro cibo quotidiano. Il pane che sazia e il vino che dona l’ebbrezza della vita sono segni della presenza reale di Dio nel mondo, risposte alle preghiere di un’umanità spesso cieca, che crede di risolvere i propri bisogni attraverso violenza, ingiustizie e relazioni dominate da pretese, anziché da ascolto e accoglienza. 
Da anni la mia partecipazione ai campi estivi parrocchiali è un’esperienza che rinnova questo messaggio. Educatori, adulti e sacerdoti si mettono al servizio dei più piccoli, affidati a noi dalle loro famiglie. Vedi come crescono dormendo insieme in camerata, imparando a condividere spazi e compiti, a lavare pavimenti e bagni, a servire a tavola prima di mangiare. Vivono momenti di nostalgia, ma anche incontri che danno vita a nuove amicizie, quelle che accompagneranno la loro crescita e con cui scambieranno esperienze e pensieri che li renderanno più maturi. 
Tra un gioco e una preghiera, mi rendo conto che ogni anno la mia esperienza è un’occasione per ripensare a come comunicare la fede in modo vivo. Mi chiedo se i ragazzi percepiscono l’impegno nel cercare nuovi linguaggi, o se anch’io sono diventato come quei sacerdoti che ripetono formule che un tempo mi affascinavano, ma che ora rischiano di sembrare vuote. 
Voglio concludere con un’immagine che racchiude ciò che sto vivendo in questo campo: l’intreccio di sguardi che si stringono durante un gioco, il sorriso di chi finalmente si sente parte di un gruppo e la luce di una candela che, questa volta, non chiede nulla, ma illumina il volto di chi, anche solo per un attimo, sta vivendo l’esperienza di Dio che si sente parte della loro vita.

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