V Domenica del tempo di Pasqua
Se prendiamo sul serio le letture di questa domenica, dobbiamo partire da un dato molto concreto: la comunità cristiana nasce subito con dei problemi. Non è un gruppo ideale, ma reale. Negli Atti degli Apostoli c’è una tensione interna: alcuni si sentono trascurati, le vedove di lingua greca non ricevono la stessa attenzione. È un problema organizzativo, ma anche culturale. E la cosa interessante è che gli Apostoli non spiritualizzano la questione, non dicono “pensiamo solo a pregare e basta”. Si fermano, ascoltano e riorganizzano. La loro scelta è molto chiara: distinguere i compiti senza dividere la comunità. Affidano il servizio della carità a persone riconosciute, “piene di Spirito e di sapienza”, e loro si dedicano alla preghiera e alla Parola. Non è una fuga dalle responsabilità pratiche, ma è un modo per dire che nella Chiesa tutto è importante, ma non tutto è uguale. C’è una pluralità di ministeri, e ognuno deve essere esercitato bene.
Questo è un punto decisivo anche per noi oggi. Quando una comunità cresce, inevitabilmente emergono bisogni diversi: organizzativi, relazionali, spirituali. Se tutto resta sulle spalle di pochi, prima o poi si rompe qualcosa. Se invece si riconoscono i doni e si distribuiscono le responsabilità, allora la comunità diventa più solida. Non più centrata su qualcuno, ma costruita insieme.
Ed è qui che si collega la seconda lettura. La prima lettera di Pietro usa un’immagine molto concreta: un edificio. Non qualcosa di astratto, ma una costruzione fatta di pietre. E quelle pietre siamo noi. Non spettatori, ma elementi strutturali. Questo significa che la comunità non funziona se qualcuno resta “fuori muro”, se si limita a guardare.
Ma Pietro dice anche qualcosa di più impegnativo: Cristo è la pietra d’angolo, quella che dà direzione a tutto il resto. Non è una pietra qualsiasi. Se togli quella, l’edificio non sta in piedi. Questo vuol dire che non basta fare tante attività, organizzare bene, essere efficienti. La domanda è: quello che facciamo è davvero orientato a Cristo oppure no?
E qui si apre anche un altro aspetto: la pietra scartata. Cristo è stato rifiutato, e Pietro dice che questo può accadere anche a noi. Non nel senso di una persecuzione eroica, ma in modo più semplice: quando il Vangelo non coincide con la logica comune, quando alcune scelte non sono comprese. La comunità cristiana deve mettere in conto anche questo: non tutto sarà sempre approvato o condiviso.
Arriviamo allora al Vangelo. Gesù parla ai discepoli in un momento delicato: stanno per perderlo, e sono disorientati. E lui non dà spiegazioni teoriche, ma offre un criterio: “Io sono la via”. Non indica un percorso esterno, ma se stesso. Questo cambia molto anche per noi.
Spesso cerchiamo soluzioni, strategie, indicazioni precise su cosa fare. Gesù invece sposta l’attenzione: la questione non è prima di tutto “dove andare”, ma “a chi restare uniti”. Se la relazione con lui è viva, anche le scelte diventano più chiare. Se manca quella, anche le decisioni migliori rischiano di perdere senso. E poi c’è un’affermazione che va presa sul serio: “Chi crede in me compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi”. Non è un’esagerazione. È una responsabilità. Significa che la comunità cristiana non è chiamata solo a conservare, ma a continuare l’opera di Cristo nella storia. Con modalità diverse, ma con la stessa logica.
Se mettiamo insieme tutto, viene fuori un quadro molto concreto:
– una comunità che affronta i problemi senza nasconderli;
– una comunità che distribuisce responsabilità e valorizza i doni;
– una comunità costruita su Cristo, non su equilibri umani;
– una comunità che non si limita a ripetere, ma continua l’opera del Vangelo.
E forse la domanda finale, molto semplice, è questa: nella nostra realtà, stiamo funzionando così oppure no?
Dove c’è da riorganizzare?
Dove c’è da coinvolgere di più?
Dove c’è da rimettere Cristo davvero al centro, non solo a parole?
Perché è da lì che tutto regge. Se la pietra è quella giusta, anche il resto, piano piano, trova il suo posto.
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