APPARTENERE

È un vocabolo della nostra lingua italiana che mi ha sempre affascinato. Non un semplice "far parte di" o un più banale, seppur importante, "occuparsi di qualcosa o qualcuno".
Appartenere sottolinea stare con una famiglia, farne parte, sentirsi amato e ricambiare quell’amore.
Nel mio caso, essere membro di un corpo che è la Chiesa. Non una generica forma di comunità, ma la mia comunità. Affidata per decreto da un Vescovo, ma conquistata creando relazioni significative con le quali mettermi in gioco, lasciarmi interrogare, comprendere i miei limiti e saperli accettare insieme ad altri, in cammino verso quella strada che giorno dopo giorno si snocciola tra le esperienze volute o che capitano non sempre casualmente. 
Appartenere identifica il senso profondo della mia vocazione. Chiamato a mettermi in gioco e a servire chi, superiore per grado sacerdotale, dirige il tutto, la Diocesi o la Chiesa Cattolica.
Ho detto più volte sì e sto cercando di trasformare quei sì in percorsi di vita al servizio di una comunità che si mette in gioco con me.
Nei dodici anni di servizio in Curia ho iniziato anche a capire il significato di decreti e licenze, richiesti al Vescovo per “governare” la Chiesa e rendere autorevoli le sue decisioni.
Se però i decreti restano solo sulla carta possono far scalpore, suscitare titoli di giornale. Custoditi in annuari e in archivi diventano storia; ma ciò che è scritto su quei decreti appartiene agli uomini di Chiesa verso cui sono indirizzati.
Non capirete il perché di questa mia riflessione oppure la riterrete una delle tante piaggerie verso il Vescovo di turno, ma credo che appartenere e restare al proprio posto sia un dono da vivere e non un obbligo a cui assolvere solo se lo si ritiene giusto.

Commenti

  1. Carissimo DonIng (come son solito chiamarti) ho letto con interesse il tuo pensiero. Spesso, purtroppo, la parola appartenere assume una connotazione negativa nel momento in cui perde la sua caratteristica di libertà. E questo succede tutte le volte che ci sentiamo di appartenere a qualcuno o qualcosa visualizzando una sorta di catene che ci costringono a lui e ci obbligano a mantenere il legame di appartenenza/sudditanza per non incorrere in ritorsioni punizioni sanzioni. Ovvio che vale anche il contrario nel momento in cui io vivo il fatto che qualcuno appartenga a me come un non scritto diritto di vita o morte su di lui. Penso per esempio a tante relazioni sociali che portano poi ad abusi su persone. Autentico e bello invece il senso che tu dai alla parola appartenere che denota in primis la libertà e consapevolezza di una decisione sempre rinnovata. Bravo Stefano, e felice che tu appartenga ad un trio più profano che ha fatto la storia a Cesuna e nel suo piccolo continua a rimanere vivo

    RispondiElimina
  2. Ho accolto con gioia questa possibilità di seguirti e arricchire la mia persona e crescere ulteriormente.

    Questa tua riflessione, caro don Stefano, arriva in un momento di discernimento personale e rinascita, dopo un dolore che mi ha toccata profondamente e sconvolto la vita.
    Il Covid-19 mi ha resa resa vedova, senza più il mio punto di riferimento e senza la spalla sicura che mi dava sicurezza e certezze.
    Oggi, la tua riflessione sul senso di appartenenza, mi provoca e mi interpella, non poco.
    Pero pensare alla mia nuova vita con un senso di libertà più ampio,con respiro diverso, con uno sguardo più limpido mi piace e mi mette entusiasmo.
    Sento il desiderio di appartenza in me che sta prendendo nuove forme e altre direzioni. Grazie!

    RispondiElimina

Posta un commento

Post più popolari