ESSERE PRETE - puntata 1

Siamo nel 2021 e la Chiesa sta attraversando un periodo, non più complesso di altri secoli, in cui viene messa in discussione la propria autorevolezza nell’ambito del sacro e del costume. 
Papa, Cardinali, Vescovi, sacerdoti, ministri istituiti, popolo di Dio: semplificando, questa è la gerarchia ancora da alcuni riconosciuta come tale. Nel 1964 però il Concilio, attraverso la Lumen Gentium, ha provato a superare la visione piramidale della gerarchia per dare forza al sacerdozio battesimale proprio del popolo di Dio. In Italia, il Paese del Papa, si è pensato che il cristianesimo riuscisse a superare gli eventi che dal dopo guerra ci hanno portato ad oggi: il “miracolo economico”, l’autunno caldo e le manifestazioni studentesche, gli anni del terrore, la rivoluzione sessuale, il cambiamento continuo dei costumi e la secolarizzazione che si è imposta, nonostante il contributo lungimirante e profetico del Concilio. 
Molti i risultati evidenti di come la Chiesa abbia saputo reagire anche se, ad oggi, sembra che uno dei problemi più evidenti sia la carenza di vocazioni sacerdotali. 
Mi sto inerpicando in un territorio in cui tanti sono stati i contributi teologici e sociali di questo evento. 
Diventare sacerdote oggi sembra un’utopia. 
Un ragazzo che sente la chiamata a servire Dio e la Chiesa nel sacerdozio ministeriale viene travolto da una serie di attenzioni: la famiglia di origine, il parroco e la comunità parrocchiale, il rettore del seminario, il padre spirituale, i formatori di foro esterno (professori e altri sacerdoti facenti parte la “Commissio ad Ordines”) e ultimo, ma non per attenzione, il Vescovo. 
Non sempre il seminarista ha una famiglia che asseconda il proprio desiderio di diventare sacerdote e così, vivendo nella comunità del Seminario, la famiglia diventa il primo ostacolo da affrontare. Il carattere del giovane rischia di diventare impermeabile ai sentimenti che vive e che non può esternare liberamente senza essere ritenuto debole dal sistema “clero”. 
Nel caso in cui la famiglia sia credente il rischio che si corre è che il giovane venga già immaginato “monsignore” ancor prima di aver vissuto l’esperienza del seminario e aver trovato il proprio ruolo all’interno della comunità parrocchiale, quando e se verrà ordinato. 
Il ruolo della famiglia sarà fondamentale nella vita sacerdotale, anche perché gli affetti espressi o insoluti formeranno il prete che si incontra. 
Oltre alla famiglia esiste anche la comunità parrocchiale, sempre che la vocazione nasca all’interno della vita ordinaria della Chiesa. Il parroco, gli amici educatori, i fedeli, dopo che viene comunicata l’intenzione del giovane ad entrare in seminario, lo guardano con occhi differenti. Inizia quel “basso continuo” proprio delle chiacchiere da oratorio. 
“Ma pensa te, un giovane così bravo e capace negli studi, che cosa gli è successo? Sarà all’altezza? Lo ha fatto per una delusione d’amore?” Queste e altre domande sorgono nelle persone che sono state il centro dell’esperienza di preghiera di quel giovane che, sottratto alla vista del mondo parrocchiale, inizia a trovare nel seminario un centro di formazione distante - ahimè - dal mondo pastorale nel quale il futuro sacerdote verrà reinserito. 
Iniziano le lezioni di filosofia e di teologia: vengono minate le poche certezze che il ragazzo ha appreso nel suo cammino di formazione parrocchiale. Si scoprono i limiti e le capacità intellettuali del seminarista e tante volte si ritiene che possa diventare professore di una branca della teologia o lo si rende più avvezzo ad una pastorale da manuale. 
Il rapporto con i sacerdoti formatori in seminario poi è un terno al lotto. 
Se penso a come sono entrato in seminario, carico di aspettative circa la mia formazione umana, spirituale ed intellettuale e mi sono trovato a dover chiedere il permesso al rettore per uscire a comprare un francobollo per spedire una lettera, ritengo opportuna questa mia riflessione. 
Mi sentivo in imbarazzo quando, nella lunga ricreazione del martedì, non riuscivo a far vedere la mia mascolina passione per il calcio da oratorio e venivo deriso, bonariamente, in quanto non avevo voglia di mostrarmi incapace a giocare. 
Il rapporto con il cibo poi assumeva la forma evidente della propria vocazione. Dimagrivi? Chissà, avrà dei problemi relazionali! Ingrassavi? Bravo! Segno di vocazione! 
Il rapporto poi con il desiderio di vivere la pastorale sembrava una concessione, troppe volte mal vissuta o conquistata a forza, tra gli esami di morale e di sacra scrittura. 
Un corso formativo sulla “burocrazia” propria della parrocchia qualche mese prima o dopo l’ordinazione sacerdotale, le prove per la celebrazione eucaristica improvvisate qualche giorno prima dell’ordinazione sacerdotale, anche se il clergyman o l’abito talare diventa obbligatorio, pena l’accusa di modernismo. 
Le relazioni con gli amici di sempre? Ritagli di tempo rubati ad una vita di seminario vissuta da monaci, scandita da orari da collegio, improbabile da replicare nella vita parrocchiale. 
Infine, l’ordinazione sacerdotale. Una festa di chiesa: giornali, fotografie, servizi nei TG locali e tu, che hai vissuto sette anni nell’isolamento del seminario, vieni gettato in pasto ad una società che inizia a fagocitarti senza pietà. 
Comprendo quanto sia difficile ricevere il ministero ordinato e non sentirsi travolti da quell’impeto di notorietà che comporta un titolo, un compito, una missione. Ma se si asseconda il modo di dire: “Lei non sa chi sono io”, nel nostro oggi, si allontanano le persone che vogliono accogliere il cammino che la Chiesa offre ai cristiani. 

(To be continued)

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