ESSERE PRETE puntata 2

Vieni ordinato sacerdote, ti viene affidata quasi subito una comunità parrocchiale e, se sei fortunato, per qualche anno sarai vicario parrocchiale. Quando arrivi nella nuova realtà parrocchiale, vieni da subito investito di una serie di impegni che sembra mai nessuno abbia fatto prima del tuo arrivo.
Se diventi subito parroco invece, ti trovi tra fuochi incrociati: chi ti adora e senza di te non si sarebbe mai sentito cristiano e chi ti paragona continuamente con il precedente sacerdote e prova per te un senso di odio, sommesso dagli Amen e dalle Ave Maria.
A memoria della formazione ricevuta, ti proponi come persona, ma i parrocchiani cercano altro: a te chiedono solo di svolgere quei ruoli, ormai scolpiti nella tradizione personale, che con il cristianesimo hanno poco a che vedere.
Porti una ventata di novità nelle omelie e ti ringraziano per la semplicità del tuo linguaggio, senza dire veramente che tollerano a malapena il tuo modo di predicare, così come per le confessioni o per i colloqui spirituali. Non sempre si è ricevuta una formazione che distingue il peccato dal senso di colpa e, se non sei umanamente pronto, ti senti inutile ad ascoltare i problemi di una vita vissuta tra piccole liti familiari ed incomprensioni.
Proponi delle lezioni di catechesi, in base alla formazione ricevuta e ti accorgi che le parole che utilizzi sono proprie di un corso universitario, così lontano dalla vita reale.
Inizi ad accompagnare la catechesi dei più piccoli e se ti accorgi che non è idonea alla vita reale delle famiglie, spesso non hai carte da giocare perché i catechisti sono quei volontari che da sempre vivono la parrocchia e che si sentirebbero esclusi introducendo nuove figure educative. Ai ragazzi che si impegnano o che si vorrebbero proporre come catechisti viene lasciato uno spazio limitato al gioco e a zittire la classe: la catechista di ferro non lascerebbe mai fare loro una lezione. Tu provi a portare una ventata nuova, credendo che la formazione ricevuta possa tornarti utile, ma la risposta che ricevi è più o meno la medesima: "Qui si è sempre fatto così". 
Incontri formativi per sacerdoti giovani, ritiri del clero, riunioni con i catechisti e con il consiglio pastorale diventano il tuo pane quotidiano e troppe volte ti fai un’idea di come poter modificare o cercare di dare il tuo contributo.
Inizi a crearti nuove relazioni e così facendo inizia la tua vita, rinnovata nei contenuti, anche se molte volte piena di silenzi e tempi morti che inizi a riempire con le tue passioni. Ritiri spirituali, momenti di svago, vacanze, computer ed internet riempiono le tue giornate, messaggi whatsapp in gruppi di spiritualità o giovanili, libri o formazione permanente per sentirti ancora utile. Alcune volte accade che la tua vita privata diventi preponderante rispetto alla tua missione e la gente percepisce il tuo modo di essere sacerdote come un incarico a tempo dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 18.
Mi direte: "Se è così, quali sono le gioie del sacerdote?".
Pongo alcuni dei problemi che anche io nella mia vita da sacerdote sto vivendo, anche se dipende molto da se e quanto ti lasci coinvolgere nelle realtà pastorali che ti vengono affidate.
Scopro nel mio essere cristiano e sacerdote che la gente che mi viene affidata diventa la mia nuova famiglia e così curo i legami e tralascio i confronti con chi prima mi ha preceduto: rileggo la storia della comunità e provo gratitudine perché quest'ultima continua a ricordare momenti di gioia vissuti insieme ai suoi pastori.
Se qualcuno mi chiama per nome, senza precederlo con il termine “don”, non vivo questo come lesa maestà al mio ruolo, anzi stimo che mi sentano parte delle loro amicizie più vere. Se uno ti chiama per nome senza titoli vuole creare un legame sincero senza maschere.
Cerco di condividere i momenti di festa della comunità e mi attengo ad alcune semplici regole che sacerdoti più saggi di me mi hanno insegnato nei dialoghi intercorsi con loro. Coltivo una spiritualità del quotidiano, prego molto, ma cercando di non farmi vedere, propongo momenti di preghiera comunitaria e cerco di lasciarmi consigliare da chi vivrà sempre questa comunità.
Noi sacerdoti siamo di passaggio, la gente del quartiere o del paese vivrà sempre in quel territorio.
Una comunità parrocchiale non è una serie di eventi proposti per facilitare l’incontro con Dio all’interno della Chiesa, ma un’alleanza formativa che coinvolge le persone che decidono di scegliere la parrocchia come una loro seconda casa.
Invito sacerdoti o laici maggiormente formati nelle materie di interesse comunitario, per costruire insieme percorsi dove sollecitare domande e provare a dare una risposta sensata o costruire cammini insieme. 
Tante cose cambierei soprattutto nei confronti di chi sfrutta la Chiesa in diversi modi: per siglare patti matrimoniali, anche se di Dio non si interessa, per celebrare funerali solo per sentirsi la coscienza pulita nei confronti del defunto, ma senza credere pienamente nella Resurrezione, per cercare un luogo sicuro dove parcheggiare i figli senza lasciarsi pienamente coinvolgere dalla vita comunitaria, adducendo scuse plausibili ma non giustificabili (calcio, ballo, canto, vita reale a confronto con la vita da cristiano proposta).
Non sempre tutto ciò che proponi trova una risposta così come avresti desiderato e solo quando non pretendi più che la tua parrocchia sia perfetta, allora impari a vivere davvero la tua dimensione sacerdotale in mezzo alla gente.

(to be continued)

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