INTEGRAZIONE

Termine complesso da declinare in questo tempo dove la parola viene associata ad un’ideologia imperante. Parlando di integrazione, i più pensano ad un profugo, migrante, extracomunitario, che si trasferisce legalmente o no nel nostro Paese e ritengono che parlare di integrazione sia solo un adeguarsi alle NOSTRE regole, i NOSTRI usi e costumi, le NOSTRE leggi e diventare un italiano anche se di colore, etnia o religione differente. 
Altri credono che integrarsi voglia dire uniformarsi, il che comporta un seppur minimo senso di razzismo, anche se è scomodo dargli quel nome e così ascoltiamo definizioni sconvolgenti: “Io non sono razzista, ho tanti amici neri, gay, mussulmani”. 
In questo modo non si vuole davvero integrare, ma distinguere: definire le differenze tra genere, persona, animale, oggetto. 
Nella storia dell’umanità si sono sviluppate le Enciclopedie, dall’Illuminismo in poi, hanno assunto una forma di dizionario esteso per dare sistematicità a ciò che incontriamo in questo mondo e per il quale facciamo esperienza. Le definizioni riferite alla “persona” sono cambiate nei secoli in base alla differente capacità di far tesoro degli errori e abomini che altri prima di noi hanno vissuto. 
Guerre, eccidi, nazismi e comunismi che hanno diviso, distinto e cercato di creare le “società perfette”, hanno da ultimo un peso su come intendiamo l’umanità e quale capacità diamo all’umano di esistere. Anche le religioni si sono spesso interrogate sulla persona e ognuna ha una differente etica per distinguere e dare dignità al genere umano. 
Integrare fa parte proprio dell’umanità. Non nasce come prassi, ma come capacità di creare strutture di socializzazione tra generi, generazioni, etnie e religioni differenti. 

Questa lunga introduzione mi porta al tema centrale, ovvero la mia incapacità a comprendere come si sta “evolvendo” il pensiero della nostra società. Non riesco a comprendere perché siamo così interessati alle abitudini sessuali o alle provenienze etniche del singolo. Non riesco a capire il perché chi professa una fede differente dalla mia o si ritiene ateo debba avere un trattamento differente dal mio. Non riesco nemmeno a vedere differenze tra me ed un ragazzo africano o cinese che vive rispettando le proprie tradizioni. 
Certo, una società si fonda su di un percorso comune: legalità, rispetto delle regole del Paese, capacità di contribuire economicamente ai servizi offerti al cittadino. Le mie differenti modalità di essere o di vivere la dimensione affettiva e cultuale, e i miei tratti somatici non possono e non devono creare difficoltà ad integrarmi in una società. 
Se non impariamo dagli errori del passato, e ahimè anche del nostro presente, non riusciremo mai a costruire una società civile e da cristiani non riusciremo ad attuare ciò che il Catechismo ci insegna: “La dignità della persona umana si radica nella creazione ad immagine e somiglianza di Dio (articolo 1); ha il suo compimento nella vocazione alla beatitudine divina (articolo 2). È proprio dell'essere umano tendere liberamente a questo compimento (articolo 3). Con i suoi atti liberi (articolo 4), la persona umana si conforma, o non si conforma, al bene promesso da Dio e attestato dalla coscienza morale (articolo 5). Gli esseri umani si edificano da se stessi e crescono interiormente: di tutta la loro vita sensibile e spirituale formano la materia per la loro crescita (articolo 6). Con l'aiuto della grazia progrediscono nella virtù (articolo 7), evitano il peccato e, se l'hanno commesso, si affidano, come il figlio prodigo, alla misericordia del nostro Padre dei cieli (articolo 8). Così raggiungono la perfezione della carità.” (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1700)

Siamo pronti da cristiani ad integrare anche chi “non si conforma al bene promesso da Dio”?

Commenti

Post più popolari