VOGLIO FARE IL PRETE
Quante volte ho pensato a cosa volesse dire “fare” il prete.
Avevo tante immagini o idee di cosa volesse dire fare il parroco.
Sognavo ciò che leggevo nei diari di qualche sacerdote o nelle biografie di chi, come don Milani o don Mazzolari, erano sacerdoti “al fronte”.
Pensavo a come avrei potuto conquistare il ruolo di parroco e diventare così un prete riconosciuto, apprezzato, capace.
In tutti questi discorsi mettevo davanti il mio IO: io farò, io dirò, io mi relazionerò… A volte usavo il termine "comanderò".
Illusioni che si sono scontrate con la realtà.
Appena ordinato mi sono subito reso conto che non dovevo più pensare a come “fare” il prete, ma dovevo solo vivere da prete. Ero diventato sacerdote per l’imposizione delle mani dell’Arcivescovo e di tutti i presbiteri presenti. Ero stato consacrato e ora mi trovavo a dover vivere la quotidianità con persone a me sconosciute in luoghi e ruoli che non avevo prima esplorato.
Una compieta letta un po’ di fretta, mezzo addormentato, un ufficio delle letture non meditato a dovere, un vespro in cui mi ero distratto, erano materia delle prime confessioni.
Vivendo in una realtà pastorale però mi sono dovuto confrontare con chi mi aveva preceduto: lodi e paragoni, a volte difficili da accettare, minavano il mio “ideale” di parroco.
Te la senti di accompagnarmi spiritualmente?
Mi aiuti a risolvere questi miei problemi esistenziali?
Mi accompagni nel mio cammino di fede?
Queste le domande che hanno iniziato a farmi capire che essere prete era differente dal fare il prete.
Nella mia preghiera mi interrogavo sulla strada che il Signore stava tracciando per me. Riuscirò?
Compromessi, risposte ad attività, richieste di testimonianze da dare in chiesa, tavoli di torte preparate dai ragazzi per autofinanziarsi.
Poco alla volta ho iniziato a comprendere che non dovevo assumere un ruolo, mi era già stato assegnato con la nomina vescovile, ma dovevo riuscire ad entrare in relazione con la realtà che mi interrogava.
Azione Cattolica, Ufficio di Curia, Formazione Nazionale dell’Azione Cattolica, Monastero delle Benedettine, Parrochia del Lido degli Estensi nella fase invernale ed estiva, Ufficio nazionale per i Beni Culturali e l’Edilizia e ora Parrocchia dell’Immacolata.
Differenti luoghi nei quali sono stato catapultato senza scegliere.
Sarò in grado di essere prete in ogni luogo?
Non ho una risposta univoca da darvi, ma una sola certezza. In tutte le esperienze che ho vissuto e che continuerò a vivere, sono certo che non ci sarà solo il ruolo a contraddistinguermi, ma la persona che sono e che sto diventando.
Un turbinio di sentimenti e di scelte che mi auguro siano sempre evangeliche e secondo la tradizione della Chiesa, ma continuano a mettere in crisi Stefano, un sacerdote che vive immerso nella sua comunità.
Famiglie, bambini, giovani ed anziani che tengono viva la mia giornata e che mi chiedono di entrare in relazione con loro.
Momenti difficili e situazioni gioiose che mi interrogano quotidianamente sul mio modo di relazionarmi.
Riesco a trasmettere il Vangelo che medito?
Riesco ad essere fratello di chi si vuol mettere in cammino con me?
Riesco a far sentire il mio sostegno a chi piange?
Riesco a vivere realmente da sacerdote?


Caro don Stefano, alla fine la chiave di tutto, per te come prete, per noi come sposi, per ciascuno di noi nella vita, è la relazione con chi cammina insieme a noi. Facile no? Più facile a dirsi che a farsi. Belle sempre le tue riflessioni. Grazie
RispondiElimina