QUELLE COSE CHE NASCONO COSÌ

È un pomeriggio di una domenica assolata ma fredda. Alcuni ragazzi stanno studiando in cucina, altri cercano compagnia. Io, soddisfatto per la domenica appena celebrata, di rientro da un giro per fare spazio tra i tanti pensieri e per cercare di riorganizzare la mia settimana, ricevo un messaggio: “Sei in casa che sistemiamo il canestro?” 
Decido di rispondere per cortesia: “Sono fuori, mi spiace…” e i miei pensieri si affollano. Chi me lo fa fare? Posso prendermi del tempo per me? Non sono mica obbligato a rientrare subito, lo faremo domani…Ma c’è una vocina, nel profondo, che mi dice di rientrare a casa. 
Ho voglia di un gelato o di una cioccolata calda, così mi organizzo per fare l’adulto, chiamo quel ragazzo, gli propongo di andare al bar e dopo 15 minuti sarò libero. 
Non era solo, abbiamo fatto 4 cioccolate abbondanti e mangiato un pezzo di pizza lasciato da una parrocchiana per me, ma mi piace condividerla con loro. 
Musica, parole, sorrisi, racconti di una gioventù che mi ricorda i momenti più belli di quando avevo la loro età. Mi stanno rendendo partecipe del loro mondo. Sono sereno, non guardo più l’orologio e penso ad alta voce: “Quando ti andrà di farmi assaggiare quei ravioli che ti ho visto fare nella storia Instagram di Natale?”. 
“Don, hai della farina?”. “Sì, quella da pane…”. “Ceniamo insieme? Li preparo se vuoi…” 
L’invito diventa virale, da due a quattro, arriviamo a nove e siamo lì insieme: qualcuno che prepara la pasta, altri che giocano a basket, due che provano a stendere la pasta e il cuoco che prepara il ripieno. Lascio aperta la porta di casa e la gattina entra ed esce di corsa dalla cucina, regalando qualche sorriso o rubando una carezza e coccola. 
Sono le 20:40 e, con Nek o i Queen, ceniamo tutti insieme. Mi guardano per vedere la reazione a questo piatto a me sconosciuto. Rido, faccio fatica a mandare giù il primo boccone, alla fine mi piace e faccio loro i complimenti. Mangiamo, ci raccontiamo, ci conosciamo e riusciamo insieme a sentirci più che cristiani. Siamo quella famiglia, quei fratelli non di sangue ma di spirito, attorno ad un tavolo, tra una nuvola di fumo per i ravioli che si cuociono forse un po’ troppo, ma siamo noi. 
Io e l’altro don siamo sereni, godiamo di questo momento nato così, per caso. Laviamo, asciughiamo e lasciamo finire loro di sistemare il tavolo perché continuano a giocare a carte nell’attesa che finisca il gruppo di catechismo dei più piccoli. 
Sono le 22:45 e dalla mia stanza rifletto e scrivo questo articolo. Sono quelle cose che nascono così che mi fanno gioire del mio essere con loro parte di un qualcosa che continua a crescere. Tu chiamala se vuoi, comunità. Io la chiamo famiglia!

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