DIGNITÀ

Ricordo ancora quando, studiando latino al liceo, molte furono le lezioni sulla parola “dignitas” da diverse prospettive. “La condizione di nobiltà ontologica e morale in cui l’uomo è posto dalla sua natura umana, e insieme il rispetto che per tale condizione gli è dovuto e che egli deve a se stesso. La dignità piena e non graduabile di ogni essere umano (il suum di ciascuno), ossia il valore che ogni uomo possiede per il semplice fatto di essere uomo e di esistere è ciò che qualifica la persona, individuo unico e irripetibile.” Questa definizione, non ancora condizionata dal pensiero tomista, basterebbe ancora oggi a risvegliare in ciascuno di noi il desiderio di far valere la dignità, non solo soggettiva, ma di un’umanità che non riesce a restare muta di fronte all’annientamento sociale di quest’epoca.
Il mondo sembra aver perso il senso di se stesso. Piovono bombe su un ospedale oncologico pediatrico a Kiev, un ingiustificabile eccidio anche se nelle “regole” della guerra, e noi? Passiamo a una notizia frivola: “Siamo in estate, non vorrei mica rovinarmi quell’unico momento di sosta che mi sono guadagnato!
Assistiamo silenziosi alla distruzione dell’umano, non solo l’uomo e la donna distinti per genere e razionalità, ma quell’umano che dovrebbe distinguerci dagli esseri viventi che non hanno coscienza della propria condizione. 
Dignità non è forse anche questo?
Da un lato il calo delle nascite, dall’altro la crescita dei nuovi proprietari di animali: si crea il dubbio che le nuove generazioni preferiscano comprare l’abitino per il cane o il gatto piuttosto che far crescere un essere pensante e capace di compiere scelte. Come far tornare l’umanità a rendersi conto dell’importanza di avere una dignità?
La Chiesa nei secoli ha cercato di sacramentalizzare il mondo, ma il risultato è la scarsa affluenza alla celebrazione eucaristica e l’indifferenza su temi etici sempre più messi in contrasto all’utilità. Mi serve? Allora è giusto. Non mi riguarda? Può anche non esistere.
Non era questo il pensiero dei dittatori del Novecento? Creare una razza pura, una società perfetta, dove i pochi che governavano potevano ogni cosa sul popolo da comandare. Non abbiamo ancora imparato?
Il dittatore del nuovo millennio è il piacere, inteso come benessere personale, il popolo da governare sono le agenzie educative o gli enti di culto da annientare con campagne mediatiche dove un’immagine di Cristo viene paragonata al miglior fisico da crossfit della storia e nessuno ne resta scandalizzato.
E noi? Possiamo ancora restare muti come se dovessimo nascondere la nostra dignità?

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