QUALE FEDE, QUALE CHIESA?
Mi rattrista rendermi conto che, nonostante il mio desiderio di proporre percorsi di fede e, celebrando l’Eucarestia, di far crescere il desiderio di una spiritualità incarnata, mi trovo spesso a rispondere a richieste di una religiosità vissuta quasi come “superstizione” e non come spazio di crescita.
Mi si chiede di benedire oggetti e pareti, mentre la vita di chi indosserà quella collanina o abiterà tra quelle mura resta priva di un autentico rapporto di fede.
È proprio questo il tipo di Chiesa da cui molti si allontanano: forse più facile da presentare, ma meno coinvolgente e meno capace di rispondere al dono della fede che Dio offre a ogni persona.
Confessioni che, per la maggior parte delle volte, non toccano il peccato personale ma le situazioni di vita che creano senso di colpa… Una moralità che non è legata a un’etica di valori, ma sembra essere vincolata a un elenco di regole esterne, spesso percepite come imposizioni, più che come strumenti di libertà e crescita. Una religiosità che rimane superficiale, fatta di gesti ripetitivi e privi di un significato profondo, e che rischia di ridurre la fede a una semplice abitudine culturale, piuttosto che a un cammino personale di incontro con Dio.
Mi chiedo come possiamo, come Chiesa, risvegliare nei cuori delle persone il desiderio di una fede viva, autentica e incarnata, che trasformi la loro quotidianità e li apra a una relazione più profonda con il mistero divino.
Come possiamo passare dalla paura di sbagliare alla gioia di vivere la fede come dono e impegno? Forse il primo passo è proprio quello di testimoniare noi stessi una spiritualità sincera e integrata, capace di attirare non con imposizioni, ma con la bellezza di una vita vissuta nella luce del Vangelo.
Mi rendo conto che, nella mia vita, non mi sono mai interrogato troppo profondamente su cosa significhi davvero per me avere fede. Non so esattamente il perché. Forse perché non ho mai considerato la fede come un “problema” o perché, intuitivamente, ho sempre distinto tra l’avere fede e l’essere “religioso”. Non intendo tanto la figura del sacerdote, quanto la condizione della persona che aderisce a una religione.
È possibile che, se fossi nato in un Paese non cristiano, avrei esplorato altre forme di spiritualità. Tuttavia, credo che la mia fede in Dio sarebbe rimasta comunque salda. Ho compreso la solidità della mia fede anche quando ho incontrato persone che mi hanno chiesto conto della mia religiosità: perché, ad esempio, la domenica scelgo di andare a messa invece di dedicarmi ad altre attività o riposarmi?
Partecipare all’Eucarestia, e ora celebrarla, è per me un’espressione fondamentale della mia fede, un momento che, nel tempo, l’ha rafforzata e resa più profonda. Fin dall’adolescenza ho sentito l’importanza di interrogarmi su come vivo le mie relazioni e la mia spiritualità. Ho iniziato a comprendere l’atto penitenziale e la necessità di chiedere perdono per ciò che faceva male a me o ad altri. Sentirmi riconciliato con me stesso tramite il perdono di Dio è stato un punto di forza che ha consolidato l’uomo che sognavo di diventare.
Ho avuto molti esempi positivi, a partire dalla mia famiglia: mio padre è sempre stato un modello di rettitudine e fede, con una dedizione totale alla famiglia e al lavoro. Ho conosciuto anche molte figure sacerdotali che mi hanno fatto vedere un modo diverso di amare l’umanità, anche in un’esperienza di famiglia differente dalla mia.
Durante il liceo, ho iniziato a leggere libri sulle spiritualità orientali e ho visto quanto l’equilibrio tra una vita razionale e una spiritualità vissuta fosse per me un’occasione per rafforzare quella che, crescendo, ho scoperto essere la “spiritualità incarnata” propria del cristianesimo.
Il mio desiderio di dare un senso al mondo che mi circondava mi ha portato a intraprendere studi che, almeno in apparenza, avevano poco a che fare con la spiritualità e più con la concretezza della materialità. Mi sono laureato in ingegneria civile edile e, tra modelli numerici e formule per calcolare la stabilità di un immobile, mi sono accorto di desiderare altro: esplorare l’uomo e il mondo in un modo più profondo.
Così, dopo anni di riflessioni, sono entrato in Seminario con il desiderio di scoprire cosa Dio potesse volere dalla mia vita. Non cercavo solo risposte, ma anche un luogo in cui fare domande senza timore e crescere in un cammino che, ora so, non avrà fine. La fede per me è ancora oggi un percorso di esplorazione e apertura e in questo la Chiesa, con tutti i suoi limiti e le sue bellezze, è una guida e una compagnia.
Forse, per me, fede e Chiesa sono proprio questo: una via da percorrere, un cammino da affrontare con fiducia e speranza, anche quando il traguardo appare lontano.



Grazie don Stefano, la tua riflessione mi ha molto coinvolta.
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