ESSERE PRETE IN UN'EPOCA DIGITALE

C’è ancora chi immagina il prete come una figura distante, magari un po’ fuori dal mondo, con lo sguardo sempre rivolto al cielo e poco presente nelle relazioni quotidiane. Invece, una delle cose più belle — e a volte persino divertenti — del ministero oggi è proprio rendersi conto di quanto la figura del sacerdote sia ancora capace di entrare nelle pieghe della vita vera, di costruire legami, di essere presenza.
Ogni settimana, per esempio, ricevo la visita di un signore di ottant’anni. È stato protagonista nel mondo del sindacato a livello nazionale e non ha mai perso il gusto per l’approfondimento e il confronto. Continua a sentire, dentro di sé, una vocazione: quella di offrirmi delle “buone letture”, spunti tratti dal Sole24Ore o da altri giornali che legge con passione. Non lo fa con l’intenzione di insegnare, ma come chi condivide qualcosa di prezioso, uno sguardo sul mondo, una chiave di lettura. E spesso quegli articoli si trasformano per me in frammenti di omelia, in stimoli per parlare alla gente, per intrecciare la Parola con l’attualità.
Ma il ministero non si ferma lì. È ancora più ricco e variegato. C’è la gioia grande di accompagnare i bambini nei primi passi della fede, quando iniziano a conoscere Gesù attraverso i loro catechisti, quando lo nominano con occhi pieni di curiosità e cuore limpido. E poi ci sono quei momenti speciali, come il pellegrinaggio alla Basilica Cattedrale: camminare con i più piccoli dentro una casa così grande e piena di storia, spiegare loro con parole semplici le cose belle della fede… e accorgersi che i turisti che ascoltano da lontano, piano piano si avvicinano, si uniscono al gruppo, ascoltano, domandano, pregano.
E alla fine, tutti insieme davanti alla Madonna delle Grazie, si consegna la vita. Così com’è: faticosa, bella, imperfetta, piena di attese. Ed è lì che comprendi che il ruolo del prete è davvero quello di stare accanto, a tutte le età. Ai più piccoli che cercano un esempio, agli adolescenti che pongono domande vere, agli adulti che hanno bisogno di confronto, agli anziani che vogliono continuare a donare qualcosa.
E allora sì, anche se alla soglia dei cinquant’anni, capita che qualcuno ti consideri un confidente, un amico, un padre. Uno con cui percorrere insieme qualche tratto di strada. E questo, in fondo, è il dono più grande: essere ponte, essere ascolto, essere presenza. Anche — e forse soprattutto — in un mondo sempre più digitale, che però ha ancora una grande sete di umanità vera.

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