LA GIOIA DI ESSERE PRETE - Tra pregiudizi e verità vissute

C’è chi pensa che il prete sia una figura incompleta. Qualcuno lo guarda con una certa compassione, come se avesse perso qualcosa: la possibilità di farsi una famiglia, di vivere l’amore, di avere dei figli propri. Altri lo definiscono “lo scapolone”, colui che è rimasto fuori dal giro della vita vera, quella fatta di coppie, casa, figli, vacanze e cene tra amici.
E poi ci sono quelli che insinuano, o pensano, che dietro alla scelta del celibato ci sia qualcosa di problematico: un’incapacità, una fuga, una disfunzione affettiva o sessuale.
Come se l’assenza di una vita sessuale condivisa
rendesse automaticamente meno piena, meno autentica, meno vera l’esistenza di un uomo.
Ma io, da prete, da parroco, posso dire — senza retorica — che non ho perso nulla.
Al contrario, ho scoperto un amore che non immaginavo: quello del celibato scelto come spazio aperto per accogliere tutti, come cuore spalancato senza confini, come maternità e paternità insieme, che si manifesta ogni volta che incrocio lo sguardo di un bambino che corre in chiesa, di un anziano che cerca una parola, di una famiglia che si lascia accompagnare nella fatica della vita.
Il celibato, vissuto con sincerità, è uno dei doni più sorprendenti della mia vita.
È un amore senza esclusività, che non si chiude in una sola relazione, ma che si moltiplica. Non è una rinuncia alla pienezza della vita, è un altro modo — intensissimo e umanissimo — di viverla.
Essere sacerdote non significa non avere una famiglia, ma averne tante. Essere accolto nelle case, nelle relazioni, nei dolori e nelle gioie delle persone più diverse, dai bambini ai nonni, dalle coppie appena sposate ai ragazzi in cerca di senso, da chi ha perso la fede a chi la sta cercando.
La comunità, quando è vera, diventa casa.
Casa mia, casa nostra. E lì, dentro quella trama di relazioni quotidiane, tra confessioni sussurrate, pranzi improvvisati, campi con i ragazzi, Messe lente e chiassose, incontri inaspettati… lì io trovo la mia gioia.
Non è sempre semplice.
Ci sono momenti di solitudine, certo. Ci sono incomprensioni, fatiche, giornate pesanti, notti lunghe e tempi da rispettare. Ma non è forse così per ogni vocazione vissuta con serietà? Anche chi è sposato conosce la solitudine. Anche chi ha figli vive a volte il dubbio, la fatica, l’attesa.
Quello che conta, e che riempie tutto, è che la mia vita parla d’amore.
Non di un amore qualsiasi, ma di un amore che si fa servizio, ascolto, fedeltà quotidiana. Di un amore che ha preso la forma di tante persone che mi chiamano “don”, ma che in fondo mi riconoscono come parte della loro famiglia.
Ed è lì che il Signore si fa vedere, si fa toccare, si fa concreto: nella gioia che nasce non da ciò che possiedo, ma da chi amo. Essere prete, oggi, è un rischio sì, ma è anche una bellezza disarmante. E io, quel rischio, lo rifarei. Mille volte.

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