UNA GIORNATA DA PRETE (MULTITASKING)
Quando da giovane seminarista provavo a immaginare la mia vita da sacerdote, nessuno mi aveva avvisato che sarei diventato, oltre che parroco, anche una specie di direttore amministrativo, operatore sociale, mediatore familiare, addetto stampa, facchino e, naturalmente, testimone del Vangelo.
Le mie giornate iniziano con un’agenda che sembra promettere ordine e armonia. Ma basta il primo squillo di telefono per capire che quella lista verrà stravolta. Ad esempio, la mattinata comincia con una serie di mail da inviare alla Regione o Soprintendenza per sbloccare fondi destinati alla ricostruzione post-sisma. Una facciata da rinforzare, una copertura da impermeabilizzare, un progetto da riscrivere secondo l’ultima normativa entrata in vigore la settimana scorsa (che, ovviamente, modifica tutto quello che avevamo appena finito di sistemare).
Nel frattempo mi chiamano dall’Economato: c’è un contratto d’affitto da verificare per un appartamento parrocchiale che ospiterà una famiglia. Controlli, firme, clausole da chiarire. Il tutto con il sottofondo del citofono che squilla: è il corriere, c’è bisogno di una firma urgente per il ritiro di un pacco (contenente candele e ostie, ovviamente).
A metà mattina salgo in macchina per portare la Comunione a un ammalato. Settimana scorsa non ero riuscito ad andare, e lui, offeso, non ha nascosto il dispiacere. Oggi lo trovo pronto, più sereno, ma ci tiene a farmi notare: “Questa settimana però ce l’hai fatta, eh…”. Mi fermo con lui, preghiamo insieme. È uno di quei momenti che rimettono tutto al proprio posto.
Non faccio in tempo a uscire che ricevo una telefonata: una signora mi chiede se conosco “qualcuno buono che possa aiutare a sgomberare la cantina della zia”. Non è una richiesta strana, capita più spesso di quanto si pensi. Un parroco è un po’ come un centralino delle necessità: se serve una persona affidabile, si chiama lui.
Nel pomeriggio rispondo a due giornalisti che chiedono informazioni sulla riapertura di una chiesa rimasta chiusa dal 2012, dopo il terremoto. Una storia lunga, fatta di attese, carte bollate, progetti rivisti, ma anche di speranza e tenacia di una comunità che non ha mai smesso di credere. Dicono che sarò intervistato: niente paura, ormai ho imparato a gestire anche questo.
Tra una cosa e l’altra, mi ritrovo a sera, ancora con la lista della mattina a metà. La tentazione è quella di pensare che sia stata una giornata inconcludente. Ma poi ripenso a tutti i volti incrociati, alle storie ascoltate, alla comunione portata, al contratto firmato, alle risposte date.
Quando da giovane pensavo al mio ministero, immaginavo predicazioni e sacramenti, certo. Ma nessuno mi aveva detto che sarei stato così multitasking. Eppure, è proprio in questo intreccio di vite, bisogni e sorprese che sento il cuore del mio sacerdozio battere forte.
Essere prete oggi è un’avventura senza copione fisso. E forse, proprio per questo, non smette mai di stupirmi.



A me verrebbe da dire: fermate la giostra, voglio scendere!
RispondiEliminaTanti si rivolgono al cuore e all'intelligenza dell'operaio nella vigna del Signore, sicuri di ricevere appoggio, affetto, stima, soluzioni dei problemi più diversi....
ma, ach fadiga!
Spero che quei tanti si ricordino almeno di dire GRAZIE.
Fiorella.