Oltre la soglia della chiesa: quando la fede non si misura in presenze

C’è un’esperienza che, a un certo punto del ministero sacerdotale, sembra diventare quasi routine. L’altalena liturgica che accompagna le giornate si muove tra Messe feriali e l’annuncio di funerali. E spesso sono proprio questi ultimi a predominare, anno dopo anno, superando per numero i battesimi, le nozze e perfino le confessioni. Una realtà che parla di un tempo che passa, di comunità che invecchiano, ma anche di incontri che, nonostante tutto, riescono ancora a sorprenderti.
Perché, sì, ci si può abituare a tutto, persino a cercare con delicatezza le parole giuste quando incontri una famiglia sconosciuta mezz’ora prima del funerale di un suo caro. In quei minuti provi a raccogliere qualcosa che ti permetta di dire due parole vere, non generiche, che siano un riflesso almeno sbiadito della persona che stai per affidare all’abbraccio del Padre. Eppure, a volte, quelle brevi conversazioni diventano uno specchio che ti interroga nel profondo.
Come è successo oggi.
Il fratello maggiore che mi raccontava del suo fratello più giovane. Morto improvvisamente, dopo una vita di lavoro e appena iniziata la pensione. Nessuna malattia, nessun preavviso. Solo un’assenza che pesa come un macigno. Ma la cosa che mi ha colpito non è stata la morte in sé, per quanto tragica. È stata quella frase detta quasi con pudore: «Né io né lui eravamo praticanti».
Quante volte l’ho sentita, questa espressione. Ma oggi ha risuonato diversamente. Perché accanto a quella frase c’era una vita raccontata con amore, piena di impegno sociale, dedizione al prossimo, fatica quotidiana trasformata in servizio. Una vita che, pur non avendo varcato regolarmente la soglia di una chiesa, parlava di Dio in ogni gesto.
E allora mi sono chiesto: è davvero la partecipazione all’Eucaristia il metro unico per misurare la fede?
La mia risposta, oggi più che mai, è no. O almeno: non solo. Ci sono vite che, senza mai recitare il Credo, lo incarnano. Ci sono persone che, senza conoscere le preghiere canoniche, sanno rivolgersi a Dio con una confidenza che nasce dalla coscienza e dall’amore per gli altri. C’è uno Spirito che, come dice San Paolo, “grida in noi: Abbà, Padre!”, e quel grido può trovare voce nei modi più impensati: nei chilometri macinati in auto per aiutare gli altri, nella stanchezza accolta con gratuità, nella coerenza silenziosa di chi non ha bisogno di esibire la fede per viverla.
Ed è lì che la mia vita da prete viene interrogata. Perché il mio desiderio più grande non è che le persone vengano in chiesa tutte le domeniche – certo, mi renderebbe felice – ma che l’incontro con Dio, anche solo intuito durante un funerale, possa accendere nel cuore di qualcuno la nostalgia di una presenza più grande, la voglia di riconnettersi a quel filo sottile che non si è mai spezzato, anche quando sembrava invisibile.
Non si tratta di giustificare l’assenza, né di abbassare l’importanza della preghiera comunitaria. Ma di riconoscere che Dio è più grande dei nostri schemi. Che ci precede, ci accompagna e a volte ci sorprende proprio dove meno ce lo aspetteremmo.
E così anche un funerale diventa occasione di annuncio. Per chi è seduto nei banchi, spesso incredulo o distante. Per chi ha perso qualcuno e si ritrova a domandarsi se davvero “finisce tutto così”. E anche per noi preti, chiamati ogni giorno a custodire una fede che sa commuoversi di fronte alla bellezza nascosta in una vita non catalogabile, non praticante, ma tremendamente evangelica.

Commenti

  1. Una riflessione coraggiosa più ieratica di quanto ci si aspetterebbe

    RispondiElimina

Posta un commento

Post più popolari