ATTRAVERSO LE RUGHE
Non per correre da una parte all’altra, non per spuntare una lista di commissioni o rincasare in fretta per una celebrazione.
Ma per rallentare.
Per ascoltare i tuoi pensieri mentre pedalano piano con te.
È in momenti così che riconosco il piacere semplice e profondo di guardare il mondo con quegli “occhiali” che il tempo mi ha donato.
Occhiali che non sono solo lenti da vista, ma strumenti dell’anima.
Sono fatti di esperienze, di rughe, di parole taciute e parole donate, di momenti attraversati con fatica e con gioia.
Sono quegli occhiali interiori che ti permettono di vedere la vita non solo per com’è, ma per quello che diventa. Per come cambia. Per come, a volte, ti cambia.
E così, nel mio giro senza fretta per la città, incrocio tre donne oltre i cinquant’anni, vestite con l’affanno di chi prova a restare giovane. Ma è un affanno che, più che restituire freschezza, chiede attenzione. Come se ci fosse un’urgenza di essere viste, non per ciò che si è, ma per ciò che si vorrebbe ancora sembrare.
Poco dopo, vedo bambini che rincorrono il tempo, giocando a fare i grandi, affannandosi a mostrarsi maturi dietro a un monopattino o una bicicletta senza ruotine.
E poi, come una carezza leggera, incontro gli anziani che rientrano dalla messa serale, oppure si concedono l’ultima passeggiata della giornata, nel silenzio discreto di una piazza che conosco bene.
Sono le stesse strade di sempre, segnate dal calore del mattone, dalla luce che filtra morbida tra le vie, dalla memoria di ginocchia sbucciate e autobus rincorsi, di baci rubati e sogni appena sussurrati.
Sono le stesse strade che mi hanno visto crescere, inciampare, innamorarmi, pensarmi sacerdote.
Quelle stesse strade che, oggi, mi ricordano che le rughe – sulla pelle e nel cuore – non sono un difetto da cancellare, ma segni di una vita vissuta.
Segni di una fedeltà che resiste. Di un amore che, anche nella stanchezza, trova ancora la forza di guardare il mondo con stupore.
E allora sì, è bello poter dire: non ho più bisogno di rincorrere la vita.
Ora posso osservarla, comprenderla, amarla…anche nelle sue trasformazioni.
E forse, proprio per questo, posso anche servirla meglio.
Se penso al mio modo di essere persona, tra i sentimenti che mi abitano più spesso c’è la malinconia.
Una malinconia che non è tristezza né rinuncia, ma piuttosto quella sottile sensazione che avverti camminando per le vie della nostra città, attraversando i giardini, i parchi, osservando la gente che popola il centro storico.
È il sentirsi sempre in cammino, mai arrivati.
È lo stupore davanti alla bellezza del creato e, insieme, la consapevolezza di non esserne all’altezza.
È avere voglia di fare, ma non sempre la possibilità di arrivare fino in fondo.
Forse è proprio questo il tratto della nostra città metafisica: una terra dai sapori forti e contrastanti, così piatta da sembrare un’immensa valle, dove la nebbia si appropria dello spazio per ricordarci la distanza – e la tensione – tra cielo e terra.
Una città dove si può sempre desiderare, ma senza mai sentirsi del tutto arrivati.
Un luogo dove l’incompiutezza diventa stile e il desiderio una forma di fedeltà.



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