La complessità del nostro tempo: tra l’utile e l’importante

Viviamo immersi in una società che moltiplica i proclami: città delle biciclette, città patrimonio UNESCO, città delle sagre, città dei festival. Ogni luogo, per sopravvivere nel mercato dell’attenzione, si affanna a definirsi attraverso un’etichetta capace di catturare turisti, investimenti, consenso. 
Eppure, dietro questa continua ricerca di visibilità, si nasconde spesso una perdita di senso. Siamo talmente presi dal fare che non ci accorgiamo più di cosa davvero conta. 
C’è una differenza sottile ma decisiva tra ciò che è utile e ciò che è importante
L’utile risponde al bisogno immediato, al consenso rapido, alla soddisfazione del momento. L’importante, invece, tiene insieme il tempo lungo, la dignità dei luoghi, la memoria, la cura del bene comune. 
E così accade che, per ospitare una sagra, si piazzino gabinetti davanti alla facciata di una Cattedrale — anche se chiusa per restauro, anche se dichiarata patrimonio — come se il contesto non contasse più. Oppure che per un concerto si oscuri lo skyline di una città con maxischermi e pubblicità, dimenticando che quella visuale è parte viva dell’identità collettiva. 
Non è solo distrazione: è un sintomo. 
È il segno di una società che ha smarrito la capacità di dare un ordine ai valori, di distinguere il necessario dal superfluo, l’utile dall’importante. 
Tutto si tiene, ma niente si regge, perché tutto ha lo stesso peso. 
Forse la domanda da porci non è solo “come siamo arrivati fin qui”, ma anche: "che cosa ci impedisce di fermarci a guardare ciò che stiamo perdendo?" 
La complessità non è un male, ma chiede discernimento. E discernere significa scegliere, con coraggio, ciò che serve davvero a far crescere la vita comune — anche a costo di rallentare il passo.

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