COME FERMARE UNA PANDEMIA
No, non sto parlando di virus, tamponi e mascherine. La pandemia che mi inquieta, che vedo crescere nei volti e nelle serate dei ragazzi, è silenziosa, leggera, quasi simpatica: l’alcol. Quello “innocuo”, quello “tanto lo fanno tutti”, quello “ma è solo una birra”.
Eppure, questo “solo” – troppo spesso – diventa un rituale di fuga, una stampella emotiva, un modo per evitare di pensare, sentire, crescere.
Negli ultimi anni, nella mia esperienza di sacerdote, ho notato che l’alcol è diventato più facile della sigaretta, più socialmente accettato della droga, più economico del terapeuta. È la “merce di scambio” perfetta: comprabile con un amico maggiorenne, tollerata da famiglie che si rassicurano con voti alti a scuola, successi nello sport, performance brillanti nelle attività extrascolastiche.
Perché, diciamocelo: molti adulti preferiscono un figlio che beve ma “funziona”, piuttosto che mettere lo sguardo dove fa male — cioè sulla sua interiorità fragile.
Il problema non è il bere in sé. È l’abuso.
È il fatto che diventa anestetico: una scorciatoia per non guardare dentro.
Una via di fuga per chi si sente insoddisfatto ma non sa da dove cominciare a cambiare.
Ed è qui che, come Chiesa, come educatori, come genitori, come persone adulte, dovremmo prenderci un momento per riflettere. Non si tratta di proibire, punire o moralizzare. Quella strada, si è visto, non funziona: vietare non educa, se non si capisce il perché.
Si tratta invece di consapevolezza.
Di aiutare ogni ragazzo a scoprire che la propria vita è degna di essere abitata, non evitata.
Che la fatica di crescere fa parte del gioco.
Che esistono modi sani di sfogarsi, ri-raccontarsi, ritrovarsi — senza spegnere il cervello o il cuore.
La pandemia dell’alcol tra i giovani nasce quando non si trova un modo per dire: sto male.
Quando non ci sono spazi sicuri dove essere vulnerabili, chiedere aiuto, sbagliare senza essere giudicati.
Quando scappare diventa più facile che affrontare.
E allora, come si ferma questa pandemia?
Non con norme, slogan o campagne moralistiche.
Si ferma con la volontà dei singoli, certo, ma anche con un cambio culturale:
- Parlare di emozioni senza vergogna.
- Accompagnare senza controllare.
- Educare alla libertà responsabile, non al permissivismo.
- Riconoscere che la fuga non risolve nulla e che affrontare la vita richiede sostegno, non solitudine.
Fermare questa pandemia significa anche mostrare ai ragazzi che la gioia non sta nello stordimento, ma nello stare bene dentro la propria pelle.
Che la vita, anche quando è scomoda, ha qualcosa da dire.
Che il dolore, se accolto, diventa seme di maturazione — non qualcosa da schiacciare sotto un bicchiere.
Questa pandemia si blocca quando un giovane guarda se stesso allo specchio e sceglie di provarci.
Quando un adulto ascolta davvero e non si nasconde dietro pagelle, goals o applausi.
Quando la comunità smette di coprire e inizia a sostenere.
Insomma: si ferma quando decidiamo di tornare umani, non spettatori.


Che dire: 10 e lode!
RispondiElimina