Omelia della notte di Natale
Da quando sono arrivato qui all’Immacolata, c’è una parola che continua a stonarmi nelle orecchie. È una parola che sento spesso, detta magari anche in buona fede, con un sorriso, come una pacca sulla spalla: “quanto siamo bravi”.
Quanto siamo bravi a fare i libretti.
Quanto siamo bravi a fare catechismo.
Quanto siamo bravi a organizzare il campone.
Quanto siamo bravi a essere comunità.
Quanto siamo bravi a dare testimonianza.
Ecco, questa parola, “bravi”, a me stasera pesa. Perché rischia di diventare una frase consolatoria, una coperta calda sotto cui rifugiarci quando le cose non funzionano, quando i numeri parlano chiaro, quando i risultati non arrivano.
Perché se guardiamo la realtà, senza imbellettarla troppo, scopriamo che circa l’70% delle persone che nascono nel nostro quartiere vengono battezzate.
Ma di quell’70%, solo il 20% arriva alla Confermazione. E poi? Poi molti si allontanano. Alcuni in silenzio. Altri con rabbia. Altri ancora dando la colpa alla Chiesa, al prete che incontrano, alla comunità che vivono.
E allora viene una domanda scomoda, che non possiamo evitare: la nostra comunità è davvero un luogo dove abita Cristo?
Oppure è diventato solo un luogo dove difendiamo ciò che facciamo, dove ci giustifichiamo, dove cerchiamo conferme più che conversione?
Perché il rischio è questo: cercare continuamente qualcuno che ci dica che siamo bravi, invece di chiederci se stiamo lasciando spazio a Gesù.
Gesù non abita nelle medaglie che ci appendiamo addosso. Non abita nei resoconti ben scritti. Non abita nello status quo che ci rassicura.
Cristo, se viene, viene ad abitare nelle pieghe.
Nei silenzi che fanno paura.
Nelle fatiche della nostra vita quotidiana.
Nelle gioie semplici, non quelle da locandina.
Nelle incomprensioni delle nostre comunità.
Anche nelle incapacità di capire fino in fondo le scelte che, a volte, un parroco o una parrocchia cercano di fare per portare il Vangelo agli altri.
E allora la domanda vera, quella che mi porto dentro in questo tempo — e che stasera affido anche a voi — è questa: siamo ancora capaci di creare e donare un percorso di fede?
Oppure ci accontentiamo di mantenere una religiosità stantia, che sopravvive per inerzia, che si regge sul “si è sempre fatto così”, che non cerca più di rinnovarsi?
Perché una fede che non si rinnova diventa pesante.
Una catechesi che non incontra la vita diventa sterile.
Una comunità che non si lascia disturbare dal Vangelo diventa autoreferenziale.
E forse il problema non è che la gente non vede il bello.
Forse è che noi, per primi, rischiamo di non vedere più la fatica, le ferite, le domande vere delle persone che ci stanno accanto.
Rischiamo di parlare di Dio senza più lasciarci toccare dalla vita.
Allora questa sera non chiedo al Signore di renderci “più bravi”.
Gli chiedo di renderci più veri.
Di toglierci il bisogno di essere confermati.
Di ridarci il coraggio di lasciare entrare Cristo, davvero, anche dove fa male, anche dove non capiamo tutto, anche dove non abbiamo risposte pronte.
Perché solo lì, in quel terreno fragile, il Vangelo torna a essere vivo.
E solo lì, forse, qualcuno potrà dire non “quanto sono bravi”, ma: qui ho incontrato Cristo.
Questo è il cammino che dal 16 novembre stiamo cercando di fare insieme: Comunità viva, una comunità che si lascia toccare dal Vangelo che sono le persone che abitano questa comunità, forse solo la domenica, forse solo per Natale.…forse solo quando la vita graffia, forse solo quando il cuore è stanco.
E allora il punto non è riempire la chiesa, ma abitare le vite.
Non è moltiplicare le iniziative, ma dare spessore agli incontri.
Non è dimostrare che siamo all’altezza, ma accettare di essere inermi, come il Vangelo.
Perché Gesù non ha mai chiesto comunità impeccabili.
Ha cercato tavole apparecchiate per chi aveva fame, sguardi capaci di fermarsi, cuori che non scappano davanti alle ferite.
Se da questa sera usciamo con una sola inquietudine buona, vorrei che fosse questa: come posso, io, far sentire a qualcuno che qui non deve essere bravo, ma amato?
Se riusciremo a custodire questa domanda, se smetteremo di difenderci e inizieremo ad ascoltare, se accetteremo di perdere qualcosa per salvare qualcuno, allora sì: questa comunità tornerà ad essere casa.
Non perfetta.
Non efficiente.
Ma vera.
E in una Chiesa vera, anche fragile, Cristo trova sempre posto per nascere di nuovo. Buon Natale!
Quanto siamo bravi a fare i libretti.
Quanto siamo bravi a fare catechismo.
Quanto siamo bravi a organizzare il campone.
Quanto siamo bravi a essere comunità.
Quanto siamo bravi a dare testimonianza.
Ecco, questa parola, “bravi”, a me stasera pesa. Perché rischia di diventare una frase consolatoria, una coperta calda sotto cui rifugiarci quando le cose non funzionano, quando i numeri parlano chiaro, quando i risultati non arrivano.
Perché se guardiamo la realtà, senza imbellettarla troppo, scopriamo che circa l’70% delle persone che nascono nel nostro quartiere vengono battezzate.
Ma di quell’70%, solo il 20% arriva alla Confermazione. E poi? Poi molti si allontanano. Alcuni in silenzio. Altri con rabbia. Altri ancora dando la colpa alla Chiesa, al prete che incontrano, alla comunità che vivono.
E allora viene una domanda scomoda, che non possiamo evitare: la nostra comunità è davvero un luogo dove abita Cristo?
Oppure è diventato solo un luogo dove difendiamo ciò che facciamo, dove ci giustifichiamo, dove cerchiamo conferme più che conversione?
Perché il rischio è questo: cercare continuamente qualcuno che ci dica che siamo bravi, invece di chiederci se stiamo lasciando spazio a Gesù.
Gesù non abita nelle medaglie che ci appendiamo addosso. Non abita nei resoconti ben scritti. Non abita nello status quo che ci rassicura.
Cristo, se viene, viene ad abitare nelle pieghe.
Nei silenzi che fanno paura.
Nelle fatiche della nostra vita quotidiana.
Nelle gioie semplici, non quelle da locandina.
Nelle incomprensioni delle nostre comunità.
Anche nelle incapacità di capire fino in fondo le scelte che, a volte, un parroco o una parrocchia cercano di fare per portare il Vangelo agli altri.
E allora la domanda vera, quella che mi porto dentro in questo tempo — e che stasera affido anche a voi — è questa: siamo ancora capaci di creare e donare un percorso di fede?
Oppure ci accontentiamo di mantenere una religiosità stantia, che sopravvive per inerzia, che si regge sul “si è sempre fatto così”, che non cerca più di rinnovarsi?
Perché una fede che non si rinnova diventa pesante.
Una catechesi che non incontra la vita diventa sterile.
Una comunità che non si lascia disturbare dal Vangelo diventa autoreferenziale.
E forse il problema non è che la gente non vede il bello.
Forse è che noi, per primi, rischiamo di non vedere più la fatica, le ferite, le domande vere delle persone che ci stanno accanto.
Rischiamo di parlare di Dio senza più lasciarci toccare dalla vita.
Allora questa sera non chiedo al Signore di renderci “più bravi”.
Gli chiedo di renderci più veri.
Di toglierci il bisogno di essere confermati.
Di ridarci il coraggio di lasciare entrare Cristo, davvero, anche dove fa male, anche dove non capiamo tutto, anche dove non abbiamo risposte pronte.
Perché solo lì, in quel terreno fragile, il Vangelo torna a essere vivo.
E solo lì, forse, qualcuno potrà dire non “quanto sono bravi”, ma: qui ho incontrato Cristo.
Questo è il cammino che dal 16 novembre stiamo cercando di fare insieme: Comunità viva, una comunità che si lascia toccare dal Vangelo che sono le persone che abitano questa comunità, forse solo la domenica, forse solo per Natale.…forse solo quando la vita graffia, forse solo quando il cuore è stanco.
E allora il punto non è riempire la chiesa, ma abitare le vite.
Non è moltiplicare le iniziative, ma dare spessore agli incontri.
Non è dimostrare che siamo all’altezza, ma accettare di essere inermi, come il Vangelo.
Perché Gesù non ha mai chiesto comunità impeccabili.
Ha cercato tavole apparecchiate per chi aveva fame, sguardi capaci di fermarsi, cuori che non scappano davanti alle ferite.
Se da questa sera usciamo con una sola inquietudine buona, vorrei che fosse questa: come posso, io, far sentire a qualcuno che qui non deve essere bravo, ma amato?
Se riusciremo a custodire questa domanda, se smetteremo di difenderci e inizieremo ad ascoltare, se accetteremo di perdere qualcosa per salvare qualcuno, allora sì: questa comunità tornerà ad essere casa.
Non perfetta.
Non efficiente.
Ma vera.
E in una Chiesa vera, anche fragile, Cristo trova sempre posto per nascere di nuovo. Buon Natale!


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