Una generazione che parla… ma non sa guardarsi negli occhi

C’è una scena che ormai vedo spesso e ogni volta mi lascia un retrogusto strano, tra stupore e malinconia: il funerale finisce, la comunità è lì che dovrebbe fare silenzio, raccogliersi, lasciar parlare la fede o almeno il mistero della vita.
E invece parte il microfono e arrivano i “ricordi”, gli “elogi”, la testimonianza finale — diventata quasi un rito obbligato, importato dal pacchetto “American style” insieme a Halloween, ai diplomi appesi sul muro e alla necessità di raccontare pubblicamente ciò che da noi, un tempo, restava pudore.
La cosa che mi colpisce non è il fatto di parlare. È chi parla.
Persone che nella vita reale fanno fatica a guardarsi negli occhi, si tengono dentro sentimenti per anni, vanno dallo psicologo perché non sanno esprimere fragilità, chiedono terapie per imparare a dire “sto male”… Poi, davanti a una chiesa piena di sconosciuti, raccontano episodi intimi, sentimenti profondi, dolori che, ne sono certo, non avrebbero avuto il coraggio di dire neppure in una confessione.
E non parlo di peccati — perché molte di queste confessioni pubbliche non appartengono nemmeno al terreno sacramentale — ma di quel mondo interiore che una volta si custodiva con pudore.
Mi sorprende questa generazione che cerca voce dove non cerca volto: fatica a guardare chi ha davanti, ma si espone davanti a 200 persone e a un microfono.
Ha paura della relazione vera e allora la sostituisce con il palcoscenico.
Il problema non sono gli elogi funebri: la difficoltà è che stiamo creando una società che sa esporre senza elaborare, sa raccontare ma non condividere, sa parlare ma non ascoltare.
E il prete, lì, diventa una sorta di regista involontario, permette che vengano dette cose che lui stesso, educato con un certo pudore culturale e spirituale, non avrebbe mai pensato si potessero dire in pubblico.
A volte mi chiedo: in quel momento, siamo comunità o siamo spettatori di un talk show sentimentale?
Sono stato cresciuto — forse troppo — con il senso della discrezione. Ma almeno quella discrezione custodiva qualcosa: un’intimità, un mistero, un rispetto del dolore.
Ora abbiamo l’opposto: l’esposizione senza elaborazione, il sentimento senza relazione, la parola senza profondità.
Questa generazione ci spiazza, certo, ma è anche figlia delle nostre omissioni:
⁃ non l’abbiamo educata alla presenza,
⁃ l’abbiamo lasciata sola mentre riempiva il vuoto con le stories, con le narrazioni pubbliche, con la confessione laica in sala polifunzionale del funerale.
Allora la domanda non è: “Come si fa a sopportarli?”
ma piuttosto: "Come possiamo aiutarli?"
Come educare a uno sguardo, a un silenzio che non sia imbarazzo, a una parola che nasca da una relazione vera?
Forse è qui che possiamo, noi, fare ancora la differenza.
Non riportando indietro il mondo a com’era — perché non tornerà — ma provando a insegnare un’altra grammatica del dire: quella che parte dal cuore, passa per il volto dell’altro, e arriva alla parola solo quando è maturata. Perché, alla fine, una società che parla a microfono acceso, ma vive con cuffie nelle orecchie, non è cattiva: è solo ferita, confusa, senza maestri.
E forse, se vogliamo cambiarla, dobbiamo ricominciare da lì:
⁃ dal pudore come forma di verità,
⁃ dalla parola come dono e non come prestazione,
⁃ dal funerale come luogo di speranza e non come palcoscenico emozionale.
Non per censurare, ma per ricomporre.
Perché, in fondo, non tutto è perduto.
Dietro queste parole fragili, dette male o fuori posto, c’è pur sempre un desiderio buono: quello di essere riconosciuti, di dire “ha contato”, “mi ha amato”, “non lo voglio dimenticare”.
Forse questi elogi confusi sono il segnale di una fame di legami che non sappiamo più vivere, ma che — grazie a Dio — non si è spenta.
E allora forse il nostro compito non è scandalizzarci né arrenderci, ma rimanere narratori di un modo diverso di dire e di amare.
Mostrare che si può parlare senza esibirsi, condividere senza svuotarsi, ricordare senza performare.
A volte basta poco: uno sguardo che ascolta, una parola custodita, il coraggio di dire “ci sono per te” senza microfoni.
Io credo che questa generazione possa cambiare — non perché smetterà di parlare, ma perché qualcuno le insegnerà come ascoltare.
E forse toccherà proprio a noi diventare quel “maestro” che mancava: con pazienza, con dolce autorità, con quella tenerezza antica del pudore che non reprime, ma protegge il mistero dell’altro.
Così, magari un giorno, alla fine di un funerale, torneremo a vedere comunità più che palchi, silenzi pieni più che parole vuote, voci che nascono dall’amore e non dal bisogno di esibirsi.
E allora sì, potremo dire che qualcosa è cambiato — che dentro la confusione, lentamente, la bellezza ha trovato strada.

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