II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Un Dio “prendibile” 
Nel Vangelo di questa domenica, Giovanni il battista, non fa POESIA: fa un annuncio secco. “Ecco l’Agnello di Dio.” E l’agnello, nella testa della gente, è una cosa fragile, che non fa paura. Quindi Giovanni sta dicendo: “Guardate: Dio non arriva schiacciando. Arriva disarmato.” È un Dio che non si impone: chiede spazio, chiede fiducia, quasi chiede di essere “preso in braccio”. 
Il peccato vero (quello singolare) 
Quando Giovanni dice: “Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo”, usa una parola al singolare: il peccato. E questa cosa è importante, perché non sta facendo la lista della spesa dei nostri errori (“questo sì, questo no, questo hai sbagliato…”). Certo, ci sono anche i peccati quotidiani, le cadute, le incoerenze. 
Ma Giovanni punta più in profondità: parla della radice, del veleno che sta sotto. 
E la radice, spesso, è una sola: il disamore. 
Il disamore non è solo “non voler bene”. È quella cosa più sottile e più diffusa che avvelena tutto: è l’indifferenza (“non mi riguarda”), 
è il giudizio (“io sono meglio”), 
è la durezza (“io non cedo”), 
è l’aggressività (“ti schiaccio prima che tu schiacci me”), 
è la paura che diventa chiusura, 
è la solitudine che diventa muro. 
E allora, quando manca l’amore, anche le cose buone si rovinano: le parole diventano pietre, le relazioni diventano un campo di battaglia, la vita spirituale diventa un dovere, la comunità diventa un luogo dove ci si sopporta invece di sostenersi. 
È come una muffa: non la vedi subito, ma entra nelle stanze, prende gli angoli, si allarga piano, e alla fine cambia l’aria che respiri. 
E qui si capisce anche il vero volto di Dio. Perché se il problema è il disamore, allora la soluzione di Dio non può essere un “pagamento”, una specie di trattativa: “Tu mi dai qualcosa e io ti perdono.” Sarebbe una triste idea di Dio: un Dio che si calma con un prezzo, un Dio che pretende sangue per essere buono. No. Dio non compra il nostro amore e non si fa pagare. 
Dio fa l’opposto: si dona. 
La croce non è il “capriccio” di Dio, non è un Dio che mette in scena una punizione per poterti amare. La croce è la conseguenza di un amore che entra davvero nella storia: quando l’amore vero incontra il disamore del mondo, spesso viene respinto. Ma Gesù non scappa, non si tira indietro, non risponde con la stessa moneta. Rimane lì, fedele, e così fa vedere fino a che punto arriva Dio: Dio non ci ama “se” siamo bravi; ci ama “mentre” siamo fragili. 
E allora capisci anche questa frase: Gesù non è venuto solo a “portare il perdono”. Perché il perdono, da solo, rischia di restare una cosa esterna: come una firma su un documento, come una pratica sistemata. Gesù fa molto di più: porta se stesso. Non solo “ti cancello il debito”, ma: “Io entro nella tua vita.” Metto il mio cuore nel tuo cuore, 
il mio respiro nel tuo respiro. 
Io mi mescolo a te. 
E quando Cristo “toglie il peccato del mondo”, non lo fa come uno che prende via con le pinze, da lontano. Lo fa stando dentro. Come una medicina che entra nel sangue, come una luce che entra in una stanza buia, come una linfa che rimette in moto un ramo secco. 
In altre parole: Dio non ti salva facendoti vergognare. Ti salva facendoti amare. 
Perché l’unica cosa che scioglie davvero il disamore… è un amore più grande. 
Cristo lavora adesso 
Lavora dentro la nostra realtà: nelle fatiche, nelle ferite, nelle ricadute, nelle paure di oggi. Come nella creazione: Dio non vince il buio con uno schiaffo, ma accendendo luce. Non vince il deserto urlando, ma seminando. Non vince la steppa insultandola, ma facendo crescere. 
La missione 
Isaia dice: “Ti renderò luce delle nazioni”. Non “faro abbagliante”: luce, quella che basta per camminare. Il Salmo dice: “Ecco, io vengo… nel rotolo del libro di me è scritto”: la vita non è solo “fare cose”, è rispondere a una chiamata. 
Paolo saluta con grazia e pace: non è un’idea carina, è una direzione concreta: o viviamo di grazia e pace, o ci mangiamo vivi. 
La consegna finale (molto pratica) 
Allora domani possiamo uscire con una consegna piccola e seria: essere nel mondo come braccia aperte. Non perfetti, non impeccabili: aperti. 
Una comunità cristiana non deve vincere le discussioni: deve far passare Cristo. 
E a volte basta pochissimo: una parola buona, una pazienza in più, un giudizio in meno, una visita, una telefonata, un gesto concreto di cura. 
Io non devo salvare il mondo. Però posso, ogni tanto, come Giovanni, indicare: “Guarda lì. C’è un varco. C’è un pezzo di Dio che passa”.

Commenti

Post più popolari