V Domenica del tempo ordinario
Carissimi,
vorrei iniziare subito con una domanda.
Quando ero ragazzo non sopportavo il mio parroco quando faceva così… e invece oggi mi ritrovo a farlo anch’io. E, lo ammetto, mi piace.
Secondo voi, come sono stati scritti i Vangeli?
C’era qualcuno accanto a Gesù che, taccuino alla mano, diceva: “Aspetta, questo lo segno”? No, ahimè no. Se fosse stato così, probabilmente avremmo molti più dettagli. I Vangeli nascono invece in un momento particolare: quando la prima comunità che aveva conosciuto Gesù, che lo aveva vissuto davvero, stava scomparendo. Allora quei discepoli si sono detti: prima che dimentichiamo chi era Gesù, dobbiamo scrivere ciò che ha detto, ciò che ha fatto, ciò che abbiamo vissuto.
Gli evangelisti sono proprio questo: raccoglitori di memorie, di racconti, di frammenti di vita. Li mettono insieme e li ordinano per rispondere alle domande delle diverse comunità: a chi viene dal mondo ebraico, a chi dal mondo pagano… non faccio esegesi, ma mi ha sempre colpito una cosa. Ogni brano del Vangelo nasce come risposta a una domanda concreta. E credo che il brano di oggi risponda a una domanda che, in fondo, ci portiamo dentro tutti:
che cosa vuole Dio da noi? Come dobbiamo essere per piacergli?
Spesso noi pensiamo il contrario di ciò che dice il Vangelo: prima facciamo le opere buone, così poi diventeremo sale e luce. Ma Gesù capovolge il ragionamento. Non dice: diventerete sale e luce se…
Dice: voi siete il sale, voi siete la luce.
Questo fa riflettere, perché anch’io, a volte, non mi sento degno di essere sacerdote, di essere cristiano. C’è una croce che pesa, che sembra difficile da portare. Da bambino mi sentivo dire: “È giusto soffrire, così condividi i patimenti di Cristo”. No. Non è questo che Dio vuole. Dio non gode della nostra fatica. Dio vuole che riconosciamo in noi la sua grandezza.
E allora ci dona se stesso: nell’Eucaristia, nel perdono, nella comunità, nella vita celebrata insieme. Ci dona se stesso perché possiamo, nel mondo, essere davvero sale e luce.
Ma che cosa vuol dire essere sale dentro una comunità?
Vuol dire chiederci: le nostre relazioni hanno sapore? Stiamo bene insieme?
Oppure ci troviamo solo per quella mezz’ora, poi scappiamo perché abbiamo altro da fare? Quando succede così, vuol dire che non stiamo vivendo una comunità, ma stiamo solo assolvendo un compito, un servizio.
Essere sale, invece, significa costruire relazioni che resistono nel tempo, anche nella fatica. Relazioni che danno un segno alla società, che mostrano che dei cristiani possono vivere insieme e, anche quando piangono, riescono comunque a gioire della risurrezione di Cristo, che dona la forza di essere testimoni.
Ed essere luce? Ce lo dice il profeta Isaia: se condividi il pane con l’affamato, se togli il dito accusatore, allora la tua luce sorgerà come l’aurora.
La luce nasce quando smettiamo di puntare il dito e iniziamo a portare i pesi insieme.
San Paolo ci ricorda che il Vangelo non passa attraverso discorsi brillanti, ma attraverso una vita fragile, attraversata da Cristo, perché si riconosca la sua presenza e la sua potenza.
E allora, in questo anno in cui stiamo camminando sul tema della comunità, ricordiamolo bene: una comunità non è credibile perché è perfetta, ma perché è vera.
Chiediamo al Signore:
donaci una comunità che non perda sapore,
donaci relazioni capaci di reggere anche la fatica,
donaci occhi che sappiano vedere il bene che già c’è.
Donaci un cuore che accolga la tua Parola e la trasformi in vita.
Perché solo una comunità che si lascia illuminare dal Vangelo può diventare davvero luce per gli altri, e solo una comunità che si vuole bene, anche quando costa, può continuare a dare sapore al mondo.


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