II Domenica di Quaresima
E luce fù
Ci sono persone che, quando le incontri, ti viene spontaneo pensare: “È bello per me stare qui, accanto a te.” Non perché non esistano problemi, non perché la vita sia facile…ma perché hanno nello sguardo una luce.
Una luce che non fa rumore, non abbaglia, però scalda.
E davanti a loro ti sembra che il cielo abbia una finestra aperta.
Ecco: oggi la Quaresima ci sorprende così.
Non con cenere e fatica, ma con un Vangelo pieno di sole.
Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, sale su un monte alto e, davanti a loro, si trasfigura: il suo volto brillò come il sole.
Questa immagine non è un “premio” per tre discepoli privilegiati. È un dono per tutti.
È un’immagine da custodire. Perché arriverà un giorno buio, il più buio, quando quel volto non brillerà più: sarà colpito, umiliato, sfigurato.
E proprio allora quella luce dovrà restare viva dentro di loro,
come una brace sotto la cenere.
Perché — ed è questo il punto — è la luce che collega tutto come un filo.
Collega il monte della Trasfigurazione con l’orto degli Ulivi. Collega il Tabor con il Calvario. Collega lo splendore e lo scandalo,
la bellezza e la fatica,
la gioia e la ferita.
E la fede, spesso, ha proprio questo compito: cucire.
Cucire di speranza la distanza tra un “che bello!” e un “non ce la faccio”.
Cucire di fiducia la distanza tra ciò che capisco e ciò che mi supera.
Cucire di amore la distanza tra il volto luminoso di Gesù e il volto del Crocifisso.
È una sfida concreta, quotidiana.
Perché ci sono cose brutte, inaccettabili: la malattia, la solitudine, la violenza, la morte, certe parole che ti rimangono addosso, certe giornate che ti piegano.
E lì, proprio lì, il credente è chiamato a non spezzare il filo: a credere e amare fino alla fine, a non ritirarsi, a non scappare, a non chiudere il cuore.
E allora guarda Pietro: lui vede quella luce e dice la frase più vera del mondo:
“Signore, è bello per noi essere qui!”
Pietro ci fa capire una cosa semplice: la fede, per essere viva, nasce da uno stupore.
Da un “che bello!” detto a pieno cuore.
Perché io credo?
Perché Dio — davvero — è la cosa più bella che ho incontrato.
E se Dio è bello, allora non è vero che la nostra verità sia solo tristezza, delusione, lamento. Non è vero che la vita sia solo una fatica da sopportare.
C’è dentro un senso, una promessa, una luce.
Sab Paolo oggi lo dice con una frase da tenere stretta: Cristo Gesù “ha fatto risplendere la vita”. Non solo sul monte, non solo nel futuro, non solo nei desideri migliori.
La vita. Qui. Adesso.
La vita di tutti. La vita segreta di ogni creatura.
Come se Gesù avesse riacceso la fiamma delle cose:
ha dato splendore agli incontri, bellezza alle relazioni, dignità alle ferite,
coraggio ai passi piccoli.
Ha messo dentro al sangue “canzoni nuove”, ha ridato sapore ai giorni.
E allora sì, possiamo dirlo: è bello stare su questa terra minuscola e bellissima;
è bello abitare questo tempo, con tutto il suo caos e tutte le sue potenzialità;
è bello essere uomini, perché siamo fatti per l’alleanza, non per la disperazione.
E qui vorrei che ci restasse addosso uno slogan, molto semplice:
“Beati coloro che hanno il coraggio di essere luminosi nello sguardo”.
Luminosi nel giudizio: cioè capaci di non schiacciare gli altri.
Luminosi nel sorriso: cioè capaci di non spegnere chi hanno davanti.
Luminosi nelle parole: cioè capaci di aprire finestre, non di chiudere porte.
Perché noi non siamo chiamati a “fare i perfetti”.
Siamo chiamati a tenere vivo questo filo di luce: tra il Tabor e i nostri Getsemani,
tra la Messa e la settimana,
tra la preghiera e la cucina di casa,
tra il Vangelo e la fatica di amare.
E quando incontrerai qualcuno che porta luce — una persona che non giudica subito,
che ascolta, che non spegne — tu potrai dire:
“È bello per me stare qui, accanto a te. Insieme a Dio che ha fatto risplendere la vita, spalancando per me finestre sul cielo.”
Custodiamo il volto di sole di Gesù.
Perché nei giorni bui non si spezza il filo:
si tiene, si stringe, si attraversa.
E la luce, alla fine, vince sempre!


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