III Domenica di Quaresima

“Parlerò al tuo cuore”

C’è una parola che attraversa tutte le letture di oggi, ed è una parola umile, quotidiana, necessaria: sete.
Ha sete il popolo nel deserto.
Ha sete la Samaritana, che va al pozzo nell’ora più calda.
Ha sete anche Gesù, stanco del cammino, seduto sul bordo di un pozzo, sotto il sole di mezzogiorno.
Ma dentro questa sete della terra, delle labbra, del corpo, il Vangelo ci porta più in profondità. Ci dice che esiste una sete più grande, più nascosta, più difficile da confessare: la sete del cuore.
E forse la Quaresima serve proprio a questo: a farci incontrare di nuovo la nostra sete vera.
Non quella che riempiamo con mille cose.
Non quella che anestetizziamo con abitudini, rumori, corse, distrazioni.
Ma quella che abita il fondo dell’anima, là dove ciascuno di noi desidera essere amato, compreso, raggiunto, salvato.
La Samaritana arriva al pozzo con la sua anfora.
Ma in realtà non porta solo un recipiente.
Porta la sua storia.
Porta le sue ferite.
Porta le sue relazioni spezzate.
Porta la fatica di vivere.
Porta quella solitudine che si nasconde anche dietro ai gesti più normali.
E Gesù la aspetta proprio lì.
Questo è bellissimo: il Signore non aspetta la donna nel tempio, non la cerca quando è perfetta, non la incontra quando ha già sistemato la sua vita. La incontra al pozzo, nel luogo della sua fatica quotidiana. La incontra nel punto preciso in cui lei torna ogni giorno con la sua sete e con il suo vuoto.
È così che fa Dio con noi.
Non ci aspetta quando siamo a posto.
Ci aspetta dove siamo veri.
Gesù comincia con una frase disarmante: “Dammi da bere”.
È straordinario.
Dio comincia chiedendo.
Non imponendo.
Non accusando.
Non facendo il giudice.
Chiedendo.
Come se dicesse: io voglio entrare nella tua vita non da padrone, ma da mendicante d’amore.
Ho sete anch’io.
Ho sete di te.
Ho sete del tuo cuore.
Ho sete che tu viva.
E qui c’è una rivelazione che ci commuove: Dio non vuole soltanto essere cercato, vuole anche legarsi a noi.
Non passa accanto alla nostra vita come un visitatore distratto.
Non si accontenta di essere un nome, una dottrina, una memoria religiosa.
Vuole un incontro.
Vuole un dialogo.
Vuole intimità.
“Parlerò al tuo cuore”: è questa la strada di Dio.
Dio parla al cuore, non per schiacciarlo ma per guarirlo.
Non per mortificarlo ma per risvegliarlo.
Non per umiliarlo ma per restituirgli dignità.
Gesù infatti non umilia la Samaritana.
Le dice la verità, sì, ma con una delicatezza che salva.
Non le sbatte addosso il passato.
Non la definisce con i suoi errori.
Non la chiude dentro ciò che è stata.
Lui vede tutto, eppure non la ferisce.
Conosce la sua verità, ma la conosce con amore.
Questa è forse una delle cose più consolanti del Vangelo: essere conosciuti fino in fondo e non per questo respinti.
La donna potrebbe scappare. E invece resta.
Perché?
Perché finalmente ha trovato uno sguardo che non la usa, non la giudica, non la condanna.
Ha trovato qualcuno davanti al quale non deve fingere.
E allora capiamo una cosa grande: la fede non nasce prima di tutto da uno sforzo morale.
Nasce da un incontro in cui uno si sente guardato con misericordia.
Nasce quando scopri che c’è Qualcuno che ti legge l’anima e, invece di allontanarsi, si avvicina ancora di più.
La Samaritana pensava di dover prendere acqua.
Invece viene raggiunta da una sorgente.
Gesù le parla di un’acqua viva, di un’acqua che non si limita a dissetare per un momento, ma diventa dentro la persona una sorgente che zampilla.
Non un secchio pieno da conservare.
Non una riserva da difendere.
Una sorgente.
Il Signore non è venuto a riempire per un attimo il nostro vuoto.
È venuto a trasformare la nostra povertà in luogo di vita.
È venuto a mettere dentro di noi una sorgente più profonda di tutte le nostre aridità.
Per questo la Quaresima non è il tempo della tristezza religiosa.
È il tempo in cui Dio riapre i pozzi chiusi del cuore.
È il tempo in cui torna a dirci: non vivere in superficie, non accontentarti di ciò che non sazia, non fermarti alla sete che si ripresenta ogni giorno. Vieni più in profondità. Vieni alla sorgente.
E c’è un dettaglio meraviglioso: la donna lascia l’anfora.
Quel recipiente che aveva portato fino al pozzo, a un certo punto non le serve più.
Perché quando incontri davvero Cristo, qualcosa delle vecchie necessità cade, qualcosa dei pesi si alleggerisce, qualcosa delle abitudini che ti tenevano in piedi non basta più.
Lascia l’anfora e corre in città.
La donna che era venuta sola, adesso va incontro agli altri.
La donna che portava il peso della sua storia, adesso diventa annunciatrice.
La donna che sembrava definita dalle sue ferite, adesso diventa voce.
E che cosa annuncia?
Non una teoria.
Non un discorso imparato.
Ma un incontro: “Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto”.
Che frase bellissima
Non dice: venite a vedere uno che mi ha umiliato.
Non dice: uno che mi ha rimesso al mio posto.
Dice: uno che mi ha visto tutta, e proprio per questo mi ha rimessa in vita.
E allora il cuore del Vangelo di oggi forse è tutto qui:
Cristo non viene a prendere le distanze dalla nostra sete, ma a entrarci dentro.
Viene a sedersi accanto ai nostri pozzi.
Viene nell’ora più calda.
Viene nei luoghi delle nostre fatiche.
Viene a parlarci non dall’alto, ma da vicino.
Viene a legarsi a noi con l’intimità di una parola che scende nell’anima.
Fratelli e sorelle, noi spesso pensiamo che la santità consista nel non avere più sete.
Il Vangelo invece ci dice che la salvezza comincia quando riconosci la tua sete e la lasci incontrare da Cristo.
Il popolo nel deserto domandava: “Il Signore è in mezzo a noi sì o no?
Ecco la risposta del Vangelo: sì, è in mezzo a noi.
È seduto al pozzo della nostra vita.
Ci aspetta.
Ci parla.
Ci domanda da bere per poterci donare l’acqua viva.
Oggi il Signore non ci chiede di essere forti.
Ci chiede di essere veri.
Non ci chiede di presentarci perfetti.
Ci chiede di non indurire il cuore.
Di lasciarlo entrare proprio lì dove abbiamo più sete.
Perché Dio non si stanca della nostra povertà.
Dio non fugge davanti alle nostre ferite.
Dio non si spaventa della nostra storia.
Dio vuole solo questo: legarsi a noi, entrare nell’intimità della nostra vita, e far sgorgare nel deserto del cuore una sorgente che non si spegne.
E forse oggi, uscendo da questa chiesa, potremmo portare con noi una sola preghiera, semplice, povera, vera, la preghiera della Samaritana:
Signore, dammi di quest’acqua.
Parla al mio cuore.
Siediti ancora al pozzo della mia vita.
E fa’ di me una sorgente per qualcuno.

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