IV Domenica di Quaresima
Una comunità che impara a vedere
C’è una frase della prima lettura che potrebbe diventare il cuore di questa domenica. Il Signore dice a Samuele: «L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore».
È una frase semplice, ma è anche una frase che smaschera tante cose della nostra vita… e anche della vita delle nostre comunità.
Perché spesso noi funzioniamo proprio così: guardiamo quello che si manifesta in modo più lampante.
Chi è più bravo.
Chi è più capace.
Chi parla meglio.
Chi sembra più adatto.
Samuele stesso cade in questo errore.
Quando vede il primo figlio di Iesse pensa subito: «È lui il re». È alto, forte, impressiona.
Ma Dio dice: No. Non è lui
E così passano uno dopo l’altro i fratelli…sette figli…e nessuno è quello giusto.
Finché Samuele fa una domanda quasi distratta: «Non ce ne sono altri?»
E il padre risponde quasi con sufficienza: «Rimane il più piccolo… ma è fuori, a pascolare il gregge».
Come dire: non conta.
E invece Dio sceglie proprio lui.
Davide. Il più piccolo. Quello che nessuno aveva neppure invitato.
Capite cosa sta succedendo?
Dio sta dicendo una cosa decisiva anche per noi: una comunità non nasce scegliendo i più forti, ma imparando a vedere il cuore delle persone.
Perché il rischio delle comunità è sempre lo stesso. Pensare che la comunità sia fatta:
dai più capaci, dai più presenti, dai più organizzati, dai più visibili.
E invece Dio continua a scegliere anche chi non si vede.
Quelli che stanno ai margini.
Quelli che stanno in fondo alla lista.
Quelli che magari pensano:
«Io non servo a molto».
E qui arriva il Vangelo, che è ancora più forte.
Gesù incontra un cieco nato.
E subito i discepoli fanno la domanda sbagliata.
«Chi ha peccato? Lui o i suoi genitori?»
È la domanda che facciamo sempre anche noi.
Quando vediamo una fragilità, quando vediamo qualcuno diverso, quando vediamo qualcuno ferito dalla vita.
Cerchiamo sempre un colpevole.
Ma Gesù cambia completamente prospettiva. Dice: «È perché in lui si manifestino le opere di Dio». Cioè: la fragilità non è un errore.
Può diventare il luogo dove Dio si manifesta.
E Gesù compie un gesto stranissimo.
Fa del fango.
Lo mette sugli occhi.
E lo manda a lavarsi.
E quell’uomo torna… che ci vede.
Ma la cosa sorprendente è che, da quel momento, succede il contrario.
Il cieco comincia a vedere sempre di più. E quelli che pensavano di vedere…diventano sempre più ciechi.
I vicini non capiscono.
I farisei discutono.
I genitori hanno paura.
E alla fine quell’uomo viene cacciato fuori.
Fuori dalla comunità.
Perché la verità è questa:
a volte le comunità preferiscono rimanere cieche.
Perché vedere davvero cambia tutto.
Il Vangelo di oggi ci fa una domanda molto semplice.
Che tipo di comunità vogliamo essere?
Una comunità che giudica?
Una comunità che guarda l’apparenza?
Una comunità che decide chi è dentro e chi è fuori?
Oppure una comunità che impara pian piano a vedere con gli occhi di Dio?
San Paolo nella seconda lettura dice una frase che sembra un risveglio: «Un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore».
Non dice: siete perfetti.Dice: siete luce.
Ma la luce non serve per illuminare se stessa.
La luce serve per far vedere gli altri.
Una comunità cristiana è questo:
un luogo dove le persone cominciano a vedersi davvero.
Non per giudicarsi.
Non per classificarsi.
Ma per riconoscere che ognuno ha un posto.
Anche il più piccolo.
Anche quello che nessuno aveva invitato.
Anche quello che sembra fragile
Il miracolo del Vangelo di oggi non è solo la guarigione del cieco.
Il vero miracolo sarebbe che anche noi cominciassimo a vedere.
Vedere il bene che c’è negli altri.
Vedere i doni nascosti
Vedere le ferite che chiedono cura.
Vedere che Dio lavora proprio dove noi non guarderemmo mai.
Perché quando una comunità impara a vedere così…
succede qualcosa di bellissimo.
Non è più un gruppo di persone.
Diventa davvero una casa.
E forse allora si realizza quello che abbiamo pregato nel Salmo:
«Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla».
Perché dove una comunità cammina con lo sguardo di Dio…
anche la valle oscura
non fa più paura.


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