La musica a tutto volume
Quante volte, senza neanche accorgercene, alziamo il volume.
Non solo quello delle cuffie, ma quello della vita.
È come se dentro di noi ci fosse qualcosa che chiede spazio, che bussa piano, a volte con insistenza. Pensieri, domande, ferite, stanchezze.
E allora, invece di ascoltare, copriamo. Alziamo il volume. Riempiano il silenzio.
Per non sentire.
Mi accorgo che lo faccio anche io. L’ho fatto tanto.
Alzare il volume per non ascoltare quello che dentro faceva rumore.
Per non dare voce a ciò che accanto a me faceva male.
Per non sentire, fino in fondo, quanto questo mondo abbia bisogno di un Salvatore… e quanto, nel nostro piccolo, anche noi siamo chiamati a diventare risposta, presenza, ascolto.
Ma ascoltarsi è faticoso.
È più facile mettere le cuffie e lasciare che sia altro a riempire lo spazio.
In questi giorni di riposo, quasi forzato, mi sta accadendo qualcosa di semplice e insieme profondo: sto abbassando il volume.
E nel silenzio stanno tornando suoni che avevo dimenticato.
Il rumore delle onde.
Il vento che passa leggero.
Il grido dei gabbiani.
E dentro questi suoni, che non chiedono nulla ma dicono tanto, riscopro qualcosa: la natura non è solo uno sfondo, non è solo uno strumento.
È un invito.
Un invito ad ascoltare.
Un invito a rientrare in sé.
Un invito a lasciarsi raggiungere da un Mistero più grande, che non urla mai, ma si fa trovare nel silenzio.
E allora mi viene da pensare: quante volte la musica a tutto volume non è altro che un palliativo.
Un modo elegante per non fermarsi.
Per non ascoltare davvero.
Forse, ogni tanto, basterebbe avere il coraggio di abbassare il volume.
Non per togliere la musica – che resta dono bellissimo – ma per ridarle il suo posto.
E soprattutto per fare spazio a quella voce più sottile, più fragile, ma infinitamente più vera, che da sempre ci abita e ci chiama per nome.


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