Lasciar fare a Dio
Le letture di oggi ci mettono davanti a una verità semplice e fortissima: Dio non viene per chiuderci dentro, ma per tirarci fuori.
Nella prima lettura gli apostoli vengono messi in carcere, bloccati, fermati, quasi a voler dire: basta, la vostra parola deve tacere. E invece proprio nella notte, mentre tutto sembra chiuso, Dio apre una porta. L’angelo li conduce fuori e dice una frase bellissima: “Andate e proclamate al popolo tutte queste parole di vita”. È come se il Signore dicesse che il Vangelo non può restare imprigionato, e neppure la vita vera può essere tenuta sotto chiave. Quando Dio entra nella storia, riapre sempre ciò che la paura, la gelosia o il potere avevano tentato di sigillare.
E infatti il vero contrasto di questa pagina non è solo tra gli apostoli e il sinedrio, ma tra due modi di stare al mondo: c’è chi vive per controllare, trattenere, difendere il proprio spazio; e c’è chi invece, toccato da Dio, non può fare altro che portare vita, annunciare, aprire strade. I sadducei sono pieni di gelosia. Gli apostoli, invece, sono pieni di Parola. Da una parte il possesso, dall’altra il dono.
Il Vangelo illumina ancora di più questo passaggio. Gesù dice a Nicodemo parole che sono il cuore della fede cristiana: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito”. Non dice: Dio ha sopportato il mondo. Non dice: Dio ha condannato il mondo. Dice: Dio ha amato il mondo. Lo ha amato così tanto da entrarci dentro, da consegnarsi, da offrire il Figlio perché nessuno vada perduto.
Questa è la notizia che spesso dimentichiamo: Dio non è anzitutto colui che giudica dall’alto, ma colui che salva stando dentro la nostra notte. Il problema, dice Gesù, non è che Dio rifiuti l’uomo; il dramma è che spesso l’uomo preferisce le tenebre alla luce. Perché la luce smaschera, mette a nudo, chiede verità. E la verità, a volte, ci costa. Ci costa riconoscere ciò che siamo, lasciar cadere le maschere, smettere di difendere le nostre ombre.
Ma il Vangelo di oggi non è un testo duro: è un testo pieno di speranza. Perché ci dice che chi fa la verità viene verso la luce. Non dice: chi è perfetto. Dice: chi fa la verità. Cioè chi si lascia incontrare davvero, chi non fugge più, chi smette di nascondersi. Venire alla luce non significa non avere fragilità; significa smettere di vivere chiusi nel buio.
Allora il filo che unisce queste letture è chiaro: Dio libera per mandare, illumina per salvare, ama per ridare vita.
Gli apostoli escono dal carcere e tornano nel tempio.
Il cristiano, quando incontra davvero il Signore, non torna semplicemente “a posto”: torna nel mondo con una parola nuova, con un cuore più libero, con il coraggio di non nascondersi più.
Forse anche noi, a volte, abbiamo le nostre prigioni: paure, stanchezze, delusioni, ferite, giudizi ricevuti o dati, sensi di colpa che ci tengono fermi. Eppure il Signore continua ad aprire porte. Continua a ripeterci: esci, vai, porta parole di vita. Non restare chiuso nella notte. Non abitare solo il peso. Non scegliere le tenebre quando ti è stata donata la luce.
Oggi la Parola ci invita proprio a questo: a credere che Dio non è contro di noi, ma per noi; non è venuto a condannarci, ma a salvarci; non a rinchiuderci nelle nostre miserie, ma a tirarci fuori per rimetterci in piedi.
In fondo, la fede è forse questo: accettare di lasciarsi aprire da Dio.


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