Lunedì fra l'ottava di Pasqua
Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l'annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».
Mentre esse erano in cammino, ecco, alcune guardie giunsero in città e annunciarono ai capi dei sacerdoti tutto quanto era accaduto. Questi allora si riunirono con gli anziani e, dopo essersi consultati, diedero una buona somma di denaro ai soldati, dicendo: «Dite così: "I suoi discepoli sono venuti di notte e l'hanno rubato, mentre noi dormivamo". E se mai la cosa venisse all'orecchio del governatore, noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni preoccupazione». Quelli presero il denaro e fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questo racconto si è divulgato fra i Giudei fino a oggi.
Questo Vangelo ci consegna una scena piena di movimento, ma anche piena di interiorità. Le donne abbandonano in fretta il sepolcro. Matteo dice che lo fanno con timore e gioia grande. Ed è bellissimo che il Vangelo tenga insieme queste due parole: timore e gioia. Perché davanti alle cose di Dio succede spesso proprio così. Non abbiamo tutto chiaro. Non capiamo fino in fondo. Ci portiamo dentro ancora il peso del venerdì santo, la ferita della croce, il buio della morte. Eppure, nello stesso tempo, qualcosa si accende. Una gioia nuova. Una speranza che riprende fiato. Una luce che torna a farsi strada.
Le donne corrono. E mentre corrono, Gesù viene loro incontro.
Questo è uno dei passaggi più belli del Vangelo: il Risorto non aspetta che arriviamo perfetti, tranquilli, ordinati. Ci viene incontro mentre siamo in cammino. Mentre abbiamo ancora il cuore che trema. Mentre portiamo dentro domande, lacrime, stanchezze, perfino paure. Gesù non si manifesta a chi ha tutto sistemato, ma a chi si mette in strada. A chi, pur ferito, non smette di cercare.
E la prima parola che pronuncia è semplice, quasi disarmante: “Salute a voi”. È il saluto del Risorto. È come dire: la vita ha vinto. La pace è ancora possibile. Il male non ha l’ultima parola. La morte non chiude tutto. C’è ancora futuro. C’è ancora una strada da percorrere.
Le donne allora si avvicinano, gli abbracciano i piedi e lo adorano. È un gesto profondissimo. Non fanno un discorso. Non spiegano. Non organizzano. Non dimostrano. Prima di tutto, si fermano davanti a Lui. Lo riconoscono. Lo toccano. Lo adorano.
Ed è qui che anche noi veniamo provocati. Perché la fede non è soltanto una somma di gesti religiosi, non è soltanto fare qualcosa per Dio, non è solo una pratica esterna, un’abitudine, un dovere. La fede nasce e rinasce sempre da qui: da un incontro. Da un incontro silenzioso, vero, spesso anche molto intimo, con il Signore vivente. Un incontro che magari non fa rumore, ma cambia il cuore. Un incontro che non sempre si vede fuori, ma che dentro rimette ordine, ridona pace, riapre il respiro.
Quante volte anche noi rischiamo di vivere una fede fatta di sole azioni, di corse, di cose da fare, di ruoli da mantenere. E invece il Vangelo di oggi ci ricorda che al centro c’è Lui. C’è il Signore risorto che ci viene incontro nella vita di ogni giorno. Nelle nostre Galilee quotidiane. Nelle giornate normali. Nei luoghi abituali. Nelle fatiche conosciute. Nelle relazioni semplici. Nella preghiera povera ma sincera. Nel cuore che ogni tanto vacilla ma non smette di aspettarlo.
Infatti Gesù dice: “Non temete”. È una parola che ritorna spesso nel Vangelo, perché Dio sa bene quanto la paura abiti la nostra vita. Paura di non farcela. Paura del dolore. Paura del futuro. Paura perfino di credere davvero. Ma il Risorto oggi ci ripete: non temere. Io sono vivo. Io ti precedo. Io ti aspetto in Galilea, cioè là dove vivi, là dove ami, là dove soffri, là dove speri.
E poi c’è l’altro movimento del brano: da una parte le donne che incontrano il Signore e annunciano la vita; dall’altra le guardie e i capi che costruiscono una menzogna, pagano, manipolano, cercano di spegnere la verità. È sempre così: davanti alla Pasqua si può scegliere se aprirsi alla luce o chiudersi per difendere i propri calcoli. La resurrezione non obbliga nessuno, ma chiede a ciascuno una risposta.
E allora la speranza cristiana non è ingenuità. Non è fare finta che il male non esista. Il male c’è, la menzogna c’è, la paura c’è. Ma non sono più loro a governare la storia. Cristo risorto apre un varco. E questo cambia tutto.
Perciò oggi questo Vangelo ci consegna una certezza semplice e grande: noi non crediamo in un’idea, in un ricordo lontano, in una serie di pratiche vuote. Noi crediamo in un Vivente che ci viene incontro. E quando lo lasciamo entrare, anche il nostro quotidiano diventa luogo di rivelazione, luogo di presenza, luogo di speranza.
La Pasqua, allora, è proprio questo: scoprire che Dio non è rimasto chiuso in un sepolcro, ma cammina ancora con noi. In silenzio. Con fedeltà. Dentro i giorni feriali della nostra vita. E continua a dirci, ancora oggi: non temere, io sono qui.


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