Rinascere

C’è una scena della mia infanzia che torna spesso, soprattutto quando la vita accelera troppo e sembra volerci consumare: mia nonna, la sera, quando tutto si spegneva e la casa si faceva silenziosa, pregava. Sempre. Con una fedeltà quasi ostinata. Ave Maria, Padre nostro e Gloria… e poi, alla fine, quella preghiera che da bambino mi lasciava un po’ perplesso: la preghiera per la buona morte.
Io la prendevo in giro con leggerezza, come fanno i bambini: “Ma nonna, cosa dici, vuoi morire presto?”. Lei sorrideva, non si offendeva mai, continuava, come se sapesse qualcosa che io non capivo ancora. Aveva ragione lei.
Col tempo ho capito che quella preghiera non parlava della fine, parlava della rinascita. Ogni notte, quando chiudiamo gli occhi, accade qualcosa di profondamente umano e profondamente spirituale insieme: lasciamo andare. Lasciamo andare le parole dette male, i pensieri confusi, le tensioni, le corse, le immagini di una giornata che spesso non abbiamo nemmeno vissuto davvero. È una piccola morte, sì, ma non nel senso che spaventa: è una consegna.
Dormire è fidarsi, dire: “Signore, per oggi basta così”. Il mattino dopo è sempre una sorpresa, una ripartenza, una possibilità nuova. Una resurrezione quotidiana, discreta, silenziosa, che non fa rumore ma cambia tutto. Forse è proprio questo che mia nonna aveva capito: vivere bene significa imparare anche a finire bene le giornate. Non accumulare, non trattenere tutto, non voler essere sempre al massimo. Ma lasciare spazio. Alleggerire il cuore. Consegnarsi.
E invece oggi facciamo l’opposto.
Soprattutto i ragazzi — ma non solo loro — vivono come se ogni momento dovesse essere bruciato. Tutto subito, tutto pieno, tutto intenso. Come se la vita fosse una gara a chi riesce a spremere di più ogni istante. Sempre connessi, sempre attivi, sempre “al massimo”.
Ma a fine giornata? Spesso resta il vuoto, perché una vita vissuta così non rigenera: consuma. Forse dovremmo recuperare proprio quella sapienza semplice di una nonna che pregava la sera. Non per morire, ma per vivere meglio. Per ricordarsi che non siamo fatti per trattenere tutto, ma per attraversare. Chiedere al Signore una “buona morte” ogni sera, in fondo, significa chiedere una cosa molto concreta: imparare a lasciare andare, imparare a fidarsi, imparare a ricominciare.
È una preghiera contro l’ansia di dover essere sempre tutto. È una preghiera che rimette Dio al centro, e noi al nostro posto. Questo è il messaggio più urgente da consegnare ai ragazzi di oggi: non siete chiamati a bruciare la vita ma a viverla davvero, non riempire ogni istante… ma a lasciarlo respirare.
Non a essere perfetti ma veri.
E la verità, spesso, nasce proprio lì: quando smettiamo di correre e, come mia nonna, alla sera ci affidiamo.

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