Sabato fra l'ottava di Pasqua

Dal Vangelo secondo Marco

Risorto al mattino, il primo giorno dopo il sabato, Gesù apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva scacciato sette demòni. Questa andò ad annunciarlo a quanti erano stati con lui ed erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo e che era stato visto da lei, non credettero.
Dopo questo, apparve sotto altro aspetto a due di loro, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch'essi ritornarono ad annunciarlo agli altri; ma non credettero neppure a loro.
Alla fine apparve anche agli Undici, mentre erano a tavola, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto. E disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura».

Il Vangelo di oggi ci consola, perché ci mostra che i primi a fare fatica a credere non sono stati degli estranei, ma proprio i discepoli. Erano nel lutto, nel pianto, nella delusione. Eppure Gesù non si allontana da loro. Torna. Si fa vedere. Li raggiunge proprio lì, nel loro cuore ferito.
Questa è la nostra speranza: il Risorto non aspetta che siamo forti, perfetti o già pieni di fede. Viene anche quando siamo stanchi, confusi, feriti, e persino quando facciamo fatica a credere che la vita possa ripartire davvero.
Gesù rimprovera la loro durezza di cuore, ma non per condannarli. Lo fa per riaprirli alla vita, per dire che il dolore non è l’ultima parola, che il sepolcro non ha vinto, che anche dentro le nostre notti può entrare una luce nuova.
E poi affida loro una missione: “Andate”. È bellissimo. Proprio a quelli che erano feriti, impauriti e increduli, Gesù affida il Vangelo. Questo vuol dire che nessuno è troppo fragile per essere raggiunto da Dio e nessuno è troppo povero per portare una speranza agli altri.
Oggi chiediamo al Signore un cuore meno chiuso e più fiducioso. E domandiamo la grazia di lasciarci incontrare dal Risorto, perché anche nelle nostre fatiche possiamo diventare piccoli annunciatori di speranza.

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