Tre omelie per una domenica
“Porte chiuse” S. Messa ore 8.00
Fratelli e sorelle,
il Vangelo ci porta dentro una stanza chiusa.
Le porte sono serrate, i discepoli sono lì dentro, bloccati. Non è solo una porta chiusa con una chiave: è il cuore che si è chiuso. Hanno visto Gesù morire, hanno vissuto la delusione, la paura, forse anche il senso di colpa per essere scappati.
Quella stanza, se ci pensiamo, assomiglia molto a tante stanze della nostra vita.
Quando ci chiudiamo perché abbiamo paura.
Quando non capiamo più cosa sta succedendo.
Quando qualcosa ci ha ferito e non abbiamo più la forza di uscire.
E proprio lì accade qualcosa di inatteso:
Gesù entra.
Non bussa. Non aspetta che si aprano le porte.
Entra così com’è la situazione.
E dice una parola semplice, ma decisiva:
“Pace a voi.”
Non dice: “Perché avete paura?”
Non dice: “Perché non avete creduto?”
Dice: pace.
Questa è la risurrezione.
Non è solo un fatto accaduto una volta, ma è Gesù che oggi entra nelle nostre chiusure e porta una pace che non dipende da come stanno andando le cose, ma dalla sua presenza.
E poi fa una cosa sorprendente: mostra le mani e il fianco.
Mostra le ferite.
Il Risorto non cancella la croce.
Non fa finta che non sia successo niente.
Porta con sé le ferite… ma non sono più segno di sconfitta: sono segno di amore.
E i discepoli, dice il Vangelo, gioirono al vedere il Signore.
La gioia nasce quando riconosci che proprio lì, dove pensavi fosse finita, Dio è presente.
Poi arriva Tommaso.
Tommaso è quello che non c’era. Quello che resta fuori, che non riesce a credere solo perché gli altri glielo raccontano.
E forse, se siamo sinceri, ci riconosciamo più in lui che negli altri.
Quante volte anche noi diciamo: se non vedo, se non tocco, non credo.
Quando la vita diventa complicata, quando le domande sono tante, quando il dolore è concreto.
E Gesù cosa fa?
Otto giorni dopo torna.
Rientra in quella stessa stanza, e si rivolge proprio a lui.
Non lo rimprovera.
Gli dice: vieni, guarda, tocca.
Entra nel suo modo di cercare.
Perché la fede non è essere perfetti.
È lasciarsi incontrare, anche quando si è pieni di dubbi.
E lì Tommaso fa una delle professioni di fede più belle del Vangelo:
“Mio Signore e mio Dio.”
Non perché ha capito tutto, ma perché si è lasciato raggiungere.
E allora capiamo anche la prima lettura: quella comunità così bella, che condivide, che vive nella semplicità e nella gioia… non nasce da persone perfette.
Nasce da persone che hanno incontrato il Risorto.
Fratelli e sorelle,
anche noi oggi siamo quella stanza.
Con le nostre paure, le nostre fatiche, le nostre chiusure.
E anche oggi Gesù entra e dice: “Pace a voi.”
Se accogliamo davvero questa pace, se lasciamo che entri nelle nostre ferite, allora qualcosa cambia.
Non tutto si risolve…ma tutto può ricominciare.
Amen.
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“Le ferite che parlano” - S. Messa ore 10.00
Fratelli e sorelle,
il Vangelo di oggi è un Vangelo pieno di ferite.
Le ferite di Gesù, le ferite dei discepoli, le ferite di Tommaso.
E noi, spesso, le ferite le nascondiamo.
Le copriamo.
Facciamo finta che non ci siano.
Invece Gesù fa il contrario: le mostra.
Il Risorto si presenta con le mani trafitte, con il fianco aperto.
Come a dire: guardate, è da qui che passa l’amore.
Perché la croce non è cancellata dalla risurrezione.
È trasformata.
E questa è una parola grande anche per noi: le nostre ferite non sono inutili.
Non sono la fine della storia.
Possono diventare un luogo di incontro con Dio.
Pensiamo a Tommaso.
Lui non c’era.
Gli altri gli dicono: “Abbiamo visto il Signore!”
Ma lui non riesce a crederci.
E non perché sia cattivo.
Ma perché ha bisogno di qualcosa di vero, di concreto.
E allora dice: “Se non vedo, se non tocco…”
Quante volte anche noi siamo così.
Non ci bastano le parole.
Abbiamo bisogno di segni, di esperienze, di qualcosa che tocchi davvero la nostra vita.
E Gesù non si scandalizza di questo.
Non lo esclude.
Non lo lascia fuori.
Torna.
Ritorna apposta per lui.
E gli dice: “Metti qui il tuo dito… non essere incredulo, ma credente.”
Non è un rimprovero duro.
È un invito pieno di pazienza.
È come se dicesse: non fermarti al dubbio, fai un passo in più… fidati.
E Tommaso, davanti a questo amore, si arrende.
E dice: “Mio Signore e mio Dio.”
È una fede che nasce dalle ferite.
E allora capiamo anche la seconda lettura:
San Pietro parla di prove, di fatiche, di momenti difficili…ma dice che tutto questo può diventare prezioso, come l’oro purificato nel fuoco.
Non perché il dolore sia bello, ma perché Dio può attraversarlo e trasformarlo.
Fratelli e sorelle, la risurrezione non è una magia che cancella tutto.
È una presenza che trasforma tutto.
Le nostre ferite restano…ma non sono più segno di sconfitta.
Possono diventare segno di un amore che ha resistito, che è passato attraverso il buio ed è rimasto vivo.
E allora anche noi, pian piano, possiamo fare nostro quel grido di fede: “Mio Signore e mio Dio.”
Non perché abbiamo capito tutto, ma perché abbiamo incontrato qualcuno che ci ama dentro la nostra storia, così com’è. Amen.
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"Una speranza viva” - S. Messa ore 12.00
Fratelli e sorelle, oggi la Parola di Dio ci consegna un’espressione bellissima: “una speranza viva.”
Non una speranza fragile, che cambia a seconda delle giornate.
Non una speranza che si spegne quando le cose vanno male.
Ma una speranza viva, perché nasce dalla risurrezione di Gesù.
E questo cambia tutto.
Perché se Cristo è risorto, allora la morte non è più l’ultima parola.
Allora il fallimento non è definitivo.
Allora anche le situazioni più chiuse possono riaprirsi.
Lo vediamo nel Vangelo.
I discepoli sono chiusi, impauriti, senza prospettiva.
Hanno perso tutto: il Maestro, i sogni, il futuro.
Eppure, proprio lì, entra Gesù.
E dice: “Pace a voi.”
E quella pace non è solo una parola.
È una forza.
È una vita nuova che entra dentro di loro.
Tanto che Gesù soffia su di loro e dona lo Spirito Santo.
È come una nuova creazione.
E infatti, da quel momento, quei discepoli cambiano.
Non diventano perfetti, ma diventano vivi.
Rimettono in piedi la loro vita.
E la prima lettura ce lo racconta: una comunità che vive insieme, che condivide, che spezza il pane con gioia e semplicità.
Non perché non ci siano problemi, ma perché c’è una speranza più grande.
E allora la domanda arriva anche a noi: questa speranza è viva dentro di noi?
Oppure ci lasciamo spegnere dalla paura, dalle fatiche, dalle delusioni?
Perché è facile dire “Cristo è risorto”.
Ma viverlo è un’altra cosa.
Viverlo significa credere che anche dentro una situazione difficile può nascere qualcosa di nuovo.
Significa non arrendersi al buio.
Significa continuare a fidarsi, anche quando non tutto è chiaro.
E allora capiamo anche le parole del Salmo: “Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci ed esultiamo.”
Non perché tutto va bene.
Ma perché Dio è presente.
Fratelli e sorelle,
la risurrezione è questo: una porta che si apre dove pensavamo fosse tutto chiuso.
Una luce che entra dove sembrava esserci solo buio.
Una vita che ricomincia.
E oggi Gesù è qui, in mezzo a noi.
E dice ancora: “Pace a voi.”
Accogliamo questa pace.
Custodiamola.
E portiamola nelle nostre case, nelle nostre relazioni, nelle nostre fatiche.
Perché quando questa pace entra davvero, la speranza torna a vivere.
E quando la speranza è viva…anche noi ricominciamo a vivere.
Amen.


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