Pentecoste - Apriamo i nostri cuori
La Pentecoste arriva mentre le porte sono chiuse. È quasi sempre così anche oggi. Lo Spirito Santo non entra nelle stagioni perfette della Chiesa, ma nelle sue stanze impaurite, nei suoi silenzi stanchi, nelle sue rigidità, nei suoi momenti in cui il Vangelo rischia di diventare abitudine, regolamento, fatica senz’anima.
E allora Dio fa irruzione come vento: non un vento che distrugge, ma che spalanca.
Perché ogni volta che la fede diventa soltanto un elenco di obblighi, lo Spirito torna a soffiare.
Ogni volta che il cristianesimo smette di essere fuoco e diventa cenere custodita, lo Spirito torna a incendiare.
Ogni volta che gli uomini trasformano l’annuncio in peso, il Vangelo in codice, la Chiesa in tribunale, Lui ritorna silenziosamente a ricordarci che Cristo non è venuto a stringere la vita, ma ad allargarla.
La Sequenza della Pentecoste è forse una delle preghiere più umane della Chiesa. Non chiede potere. Non chiede perfezione. Chiede soltanto che Dio venga lì dove siamo spezzati: “Bagna ciò che è arido. Sana ciò che sanguina. Piega ciò che è rigido. Scalda ciò che è gelido.”
È la fotografia dell’anima umana, ed è anche, qualche volta, la fotografia della Chiesa. Anche la Chiesa può diventare arida quando dimentica la misericordia.
Può irrigidirsi quando pensa di possedere Dio invece di lasciarsi attraversare da Lui. Può raffreddarsi quando smette di ascoltare il dolore degli uomini.
Ma lo Spirito continua ostinatamente a scendere, non abbandona la Chiesa alle sue pesantezze: la inquieta, la rinnova, la ferisce persino, pur di salvarla da sé stessa.
Accade il miracolo della Pentecoste: ciascuno sente parlare nella propria lingua: non nella lingua del potere religioso, non nella lingua della paura, ma nella lingua del cuore.
Perché lo Spirito Santo non uniforma ma umanizza. Non schiaccia le differenze: le armonizza. Non costruisce cristiani in serie, ma figli vivi.
Paolo lo dice con immagini bellissime: molti carismi, un solo Spirito.
Molte membra, un solo corpo.
La Chiesa respira davvero quando nessuno pretende di essere tutto e ciascuno offre quel poco di luce che ha. Infine Gesù soffia sui discepoli: non consegna loro una legge nuova, consegna il suo respiro.
Il cristianesimo nasce così: non da un obbligo, ma da un respiro ricevuto.
Non dalla paura di sbagliare, ma dalla gioia di sentirsi amati.
Non dal dovere di meritarsi Dio, ma dalla scoperta che Dio è già entrato nelle nostre stanze chiuse dicendo soltanto: “Pace a voi”.
La Pentecoste ci chiede proprio questo: lasciare che lo Spirito ci strappi dalle nostre rigidità religiose per restituirci il Vangelo nella sua forma più vera, più semplice, più difficile: quella dell’amore.


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