Santissima Trinità

Carissimi, dopo un tempo di assenza, di silenzio, di riposo necessario, tornare qui oggi e vedere i vostri volti mi fa comprendere ancora una volta una cosa semplice: la Chiesa non è fatta di muri, di programmi o di iniziative. La Chiesa ha il volto delle persone che il Signore ci affida. E oggi, guardandovi, sento davvero di essere tornato a casa.
Forse è provvidenziale che questo ritorno avvenga proprio nella festa della Santissima Trinità. Perché la Trinità non è un rompicapo teologico da risolvere. Non è un’equazione impossibile: uno più uno più uno uguale uno. La Trinità è il modo in cui Dio ci dice chi è.
Mosè, nella prima lettura, sale sul Sinai e finalmente Dio si presenta. E sapete come si presenta? Non dicendo: “Io sono il potente”, “Io sono l’onnipotente”, “Io sono il giudice”. No. Dio dice di sé: «Sono misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà».
È bellissimo. Quando Dio si racconta, parla di amore.
Noi invece spesso pensiamo a Dio come a qualcuno che controlla, giudica, misura. Quando succede qualcosa che non va diciamo: “Dio mi sta punendo”. Quando sbagliamo pensiamo: “Adesso Dio si arrabbia”. Eppure la Bibbia continua a ripetere il contrario: Dio è molto più interessato a rialzarci che a condannarci.
Gesù nel Vangelo lo dice con una chiarezza disarmante: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio»
Non dice: Dio ha tanto amato i santi.
Non dice: Dio ha tanto amato quelli che se lo meritavano.
Dice: Dio ha tanto amato il mondo.
Quel mondo che spesso è confuso.
Quel mondo che sbaglia.
Quel mondo che tante volte si allontana. Dio non aspetta che diventiamo perfetti per amarci. Ci ama per renderci capaci di diventare migliori. E poi arriva la frase che forse dovremmo appendere all’ingresso di ogni chiesa: «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato».
Quante energie consumiamo a condannare! Condanniamo chi la pensa diversamente, chi non viene a Messa, chi ha sbagliato, chi è lontano, chi non fa quello che facciamo noi.
Gesù invece non è venuto a cercare colpevoli. È venuto a cercare figli.
La Chiesa diventa veramente Chiesa quando smette di fare il tribunale e torna a essere una casa. E forse questa è una provocazione che dobbiamo accogliere anche come comunità. In questi anni abbiamo organizzato tante cose. Alcune molto belle. Ma la domanda resta sempre la stessa: chi incontra Gesù attraverso ciò che facciamo?
Perché il rischio è costruire attività senza costruire relazioni.
Riempire calendari senza riempire cuori.
Moltiplicare appuntamenti senza generare discepoli.
La Trinità ci insegna che la vita nasce dalla comunione. 
Il Padre ama il Figlio. Il Figlio si dona al Padre. Lo Spirito è il legame vivente di questo amore. Dio è relazione.
E allora una parrocchia è viva non quando è perfetta, ma quando le persone si vogliono bene. Quando sanno accogliersi. Quando sanno perdonarsi. Quando sanno camminare insieme anche nelle differenze.
San Paolo oggi ci lascia quasi un programma pastorale in poche righe: «Siate gioiosi, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace». Mi colpisce quel “fatevi coraggio a vicenda”.
Perché tutti abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica: “Vai avani, non mollare”.
Anche un prete. Anche una comunità. Anche una Chiesa.
In questo periodo ho sperimentato quanto sia preziosa la preghiera di tanti di voi. E oggi desidero semplicemente dirvi grazie. Grazie perché mi avete ricordato che non siamo cristiani da soli. Ci si salva insieme.
Ripartiamo dal Dio che ci ama.
Dal Dio che non condanna.
Dal Dio che cammina in mezzo al suo popolo, come chiedeva Mosè.
E se davvero lasceremo che il Padre ci abbracci, che il Figlio ci accompagni e che lo Spirito ci rinnovi, allora questa comunità non sarà soltanto una parrocchia che funziona, Sarà una famiglia che testimonia al mondo che Dio esiste. Perché, alla fine, la prova più convincente della Trinità non sono i trattati di teologia. È una comunità che sa amarsi.
Amen.

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