VULANDRA

Un po’ alla volta, senza accorgercene: abbiamo preso tutto ciò che abbiamo imparato osservando il mondo — la lentezza delle stagioni, il ritmo del respiro, il tempo delle relazioni — e lo abbiamo compresso dentro uno schermo. E lì dentro, paradossalmente, è diventato una forma di schiavitù.
Siamo arrivati a misurare la vita in secondi, anzi in millisecondi. Una risposta che tarda, due spunte che non diventano blu, ed ecco che nascono incomprensioni, piccoli attriti, a volte persino ferite. 
Come se il valore di una relazione si giocasse tutto in un tempo di risposta, come se il silenzio non avesse più diritto di esistere.
E poi, all’improvviso, basta un filo di vento, un vento leggero, che solleva un pezzo di carta e lo trasforma. Quella carta prende forma, diventa animale, diventa drago, diventa sogno. Diventa aquilone. 
In quell’istante succede qualcosa di antico e insieme nuovissimo: il tempo si dilata, lo sguardo si alza, il cuore si alleggerisce.
Guardare un aquilone che si alza nel cielo è un’esperienza che ha dentro una nostalgia buona. È come se ci ricordasse chi eravamo, prima di correre sempre. Bambini capaci di aspettare il vento, di fidarsi di qualcosa che non si controlla, di gioire per un colore che danza nel cielo.
Quando il vento cala, nessuno si arrabbia. Si aspetta. Si resta lì, con il filo in mano, gli occhi al cielo, e dentro una strana pace. Una pace che non ha bisogno di notifiche, né di conferme immediate. Una pace fatta di attesa.
Forse è proprio questo che abbiamo dimenticato: l’attesa come spazio di vita, non come vuoto da riempire.
Gli aquiloni ci insegnano anche un’altra cosa, più sottile. Ci ricordano il sogno di Icaro. Quel desiderio umano di volare, di andare oltre, di toccare il sole. Ma ci ricordano anche il limite. Non tutto ciò che è possibile è anche buono. Non tutto ciò che è veloce è anche vero.
Volare sì, ma senza voler dominare il cielo. Alzarsi, ma restando legati a un filo. Perché è proprio quel filo, che a prima vista sembra un limite, a permettere all’aquilone di restare in aria. Senza quel legame, cadrebbe.
In un tempo che ci vuole sempre connessi, sempre presenti, sempre pronti a rispondere, abbiamo bisogno di riscoprire fili buoni. Legami che non imprigionano, ma sostengono. Relazioni che non chiedono prestazione, ma presenza.
Oggi come ieri, basta poco per ritrovare la gioia. Basta un campo aperto, un cielo largo, un aquilone che prende vento. E mentre lo guardi salire, quasi senza accorgertene, senti che qualcosa dentro di te si alza con lui: non per fuggire dalla realtà, ma per abitarla meglio, con un po’ più di leggerezza, con un po’ più di libertà.
Finalmente, con un po’ più di cielo negli occhi.

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