Santi Pietro e Paolo
Ci sono feste che celebrano grandi imprese. Quella di oggi, invece, celebra qualcosa di ancora più sorprendente: il modo con cui Dio costruisce la sua Chiesa.
Se dovessimo scegliere noi le persone sulle quali fondare una comunità, probabilmente cercheremmo uomini dal carattere simile, capaci di andare d’accordo, con le stesse idee, lo stesso modo di parlare e di agire.
Il Signore, invece, fa esattamente il contrario.
Ci dona Pietro e Paolo.
Pietro è impulsivo, istintivo, parla prima di pensare. È l’uomo che promette tutto e poi, davanti a una serva, rinnega Gesù. È quello che si butta in acqua per raggiungere il Maestro, ma è anche quello che affonda perché ha paura. Vive di slanci e di cadute.
Paolo è completamente diverso. È razionale, preparato, rigoroso. Prima perseguita i cristiani con convinzione, poi, dopo l’incontro con Cristo, mette tutta la sua intelligenza al servizio del Vangelo. È un uomo che discute, argomenta, viaggia, organizza, scrive.
Due personalità diversissime.
Eppure la Chiesa nasce da loro.
Non perché fossero perfetti. Non perché andassero sempre d’accordo. Anzi, gli Atti degli Apostoli e le Lettere ci raccontano anche momenti di tensione tra loro. Hanno discusso, si sono confrontati, hanno avuto visioni differenti.
Ma nessuno dei due ha mai preteso di essere tutta la Chiesa.
Questa è forse la lezione più grande della festa di oggi.
Noi spesso facciamo il contrario. Pensiamo che il Vangelo debba avere il nostro carattere, la nostra sensibilità, i nostri gusti. Fatichiamo ad accettare chi vive la fede in modo diverso dal nostro. Vorremmo una comunità fatta di persone che ci assomigliano.
Il Signore, invece, continua a scegliere persone molto diverse.
Perché ama tutte le realtà.
Ama chi è spontaneo e chi riflette prima di parlare.
Ama chi costruisce lentamente e chi parte con entusiasmo.
Ama chi consola nel silenzio e chi annuncia con forza.
Perfino quelle persone che a noi sembrano difficili, complicate, persino “assurde” da dover condividere, possono essere una parte indispensabile del progetto di Dio.
Forse la domanda che dovremmo farci oggi è questa: perché il Signore continua a mettere accanto a me persone così diverse da me?
La risposta potrebbe essere semplice: perché non vuole costruire il mio piccolo gruppo, ma la sua Chiesa.
E la Chiesa non è fatta di copie. È fatta di fratelli.
Il Vangelo ce lo ricorda con la domanda che Gesù rivolge a Pietro: «Ma voi, chi dite che io sia?».
La fede nasce da una risposta personale, ma diventa Chiesa quando quella risposta viene condivisa con persone diverse da noi.
La comunione non consiste nel pensare tutti allo stesso modo. Consiste nel riconoscere che Cristo è più grande delle nostre differenze.
Forse oggi abbiamo bisogno di chiedere una grazia molto concreta: imparare a guardare gli altri con gli occhi di Dio.
Perché se Dio ha avuto pazienza con Pietro, con Paolo e con ciascuno di noi, allora anche noi possiamo imparare ad avere pazienza gli uni con gli altri.
La santità non elimina il carattere.
La grazia non cancella la personalità.
L’amore di Cristo trasforma tutto questo in un dono.
Ed è così che nasce la Chiesa: non dall’uniformità, ma dalla comunione.
Pietro e Paolo, così diversi, ci insegnano che l’unità non significa essere uguali, ma appartenere allo stesso Signore.
Ed è questa la speranza che oggi possiamo portare nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità e nella nostra parrocchia: non chiedere a Dio di togliere le differenze, ma di trasformarle in occasione di amore, perché proprio lì, dove noi vediamo un ostacolo, Lui continua a costruire la sua Chiesa.
Se dovessimo scegliere noi le persone sulle quali fondare una comunità, probabilmente cercheremmo uomini dal carattere simile, capaci di andare d’accordo, con le stesse idee, lo stesso modo di parlare e di agire.
Il Signore, invece, fa esattamente il contrario.
Ci dona Pietro e Paolo.
Pietro è impulsivo, istintivo, parla prima di pensare. È l’uomo che promette tutto e poi, davanti a una serva, rinnega Gesù. È quello che si butta in acqua per raggiungere il Maestro, ma è anche quello che affonda perché ha paura. Vive di slanci e di cadute.
Paolo è completamente diverso. È razionale, preparato, rigoroso. Prima perseguita i cristiani con convinzione, poi, dopo l’incontro con Cristo, mette tutta la sua intelligenza al servizio del Vangelo. È un uomo che discute, argomenta, viaggia, organizza, scrive.
Due personalità diversissime.
Eppure la Chiesa nasce da loro.
Non perché fossero perfetti. Non perché andassero sempre d’accordo. Anzi, gli Atti degli Apostoli e le Lettere ci raccontano anche momenti di tensione tra loro. Hanno discusso, si sono confrontati, hanno avuto visioni differenti.
Ma nessuno dei due ha mai preteso di essere tutta la Chiesa.
Questa è forse la lezione più grande della festa di oggi.
Noi spesso facciamo il contrario. Pensiamo che il Vangelo debba avere il nostro carattere, la nostra sensibilità, i nostri gusti. Fatichiamo ad accettare chi vive la fede in modo diverso dal nostro. Vorremmo una comunità fatta di persone che ci assomigliano.
Il Signore, invece, continua a scegliere persone molto diverse.
Perché ama tutte le realtà.
Ama chi è spontaneo e chi riflette prima di parlare.
Ama chi costruisce lentamente e chi parte con entusiasmo.
Ama chi consola nel silenzio e chi annuncia con forza.
Perfino quelle persone che a noi sembrano difficili, complicate, persino “assurde” da dover condividere, possono essere una parte indispensabile del progetto di Dio.
Forse la domanda che dovremmo farci oggi è questa: perché il Signore continua a mettere accanto a me persone così diverse da me?
La risposta potrebbe essere semplice: perché non vuole costruire il mio piccolo gruppo, ma la sua Chiesa.
E la Chiesa non è fatta di copie. È fatta di fratelli.
Il Vangelo ce lo ricorda con la domanda che Gesù rivolge a Pietro: «Ma voi, chi dite che io sia?».
La fede nasce da una risposta personale, ma diventa Chiesa quando quella risposta viene condivisa con persone diverse da noi.
La comunione non consiste nel pensare tutti allo stesso modo. Consiste nel riconoscere che Cristo è più grande delle nostre differenze.
Forse oggi abbiamo bisogno di chiedere una grazia molto concreta: imparare a guardare gli altri con gli occhi di Dio.
Perché se Dio ha avuto pazienza con Pietro, con Paolo e con ciascuno di noi, allora anche noi possiamo imparare ad avere pazienza gli uni con gli altri.
La santità non elimina il carattere.
La grazia non cancella la personalità.
L’amore di Cristo trasforma tutto questo in un dono.
Ed è così che nasce la Chiesa: non dall’uniformità, ma dalla comunione.
Pietro e Paolo, così diversi, ci insegnano che l’unità non significa essere uguali, ma appartenere allo stesso Signore.
Ed è questa la speranza che oggi possiamo portare nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità e nella nostra parrocchia: non chiedere a Dio di togliere le differenze, ma di trasformarle in occasione di amore, perché proprio lì, dove noi vediamo un ostacolo, Lui continua a costruire la sua Chiesa.

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