XIII Domenica del tempo ordinario
Nella nostra vita c’è davvero spazio per Dio?
La donna di Sunem, nel libro dei Re, non compie un miracolo, non pronuncia grandi discorsi di fede, ma fa una cosa concreta: costruisce una piccola stanza per il profeta Eliseo, con un letto, un tavolo, una sedia e una lampada.
È un gesto di accoglienza che cambia la sua vita.
Quella donna era sterile, pensava che alcune speranze fossero ormai finite, eppure proprio quando fa spazio a Dio attraverso il suo profeta riceve il dono di un figlio. È una pagina che ci ricorda una verità importante: Dio non entra dove è semplicemente invitato con le parole, ma dove gli si lascia realmente un posto.
E allora la domanda è inevitabile: nelle nostre giornate, così piene di lavoro, telefonate, impegni, social, preoccupazioni, c’è ancora una stanza per il Signore? Oppure gli chiediamo di entrare in una casa già completamente occupata? Il Vangelo continua con parole che possono sembrare dure: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me». Gesù non ci chiede di amare meno la famiglia o gli affetti, ma ci mette in guardia da un rischio: quello di mettere qualcuno al posto di Dio.
Quando chiediamo a una persona di darci tutto ciò che solo Dio può donarci, finiamo per soffocare quella relazione. Quante volte pretendiamo che un marito, una moglie, un figlio, un amico o perfino il lavoro riempiano il vuoto del nostro cuore. Nessun essere umano può farlo. Solo quando Dio è al primo posto impariamo ad amare gli altri nel modo giusto, senza possederli e senza pretendere da loro ciò che non possono dare. Poi Gesù aggiunge una frase ancora più provocatoria: «Chi avrà tenuto per sé la propria vita la perderà, e chi l’avrà perduta per causa mia la troverà». Viviamo in una società che ci insegna a conservare tutto: il tempo, il denaro, l’immagine, le energie, perfino i sentimenti. Ma nessuno ricorda una persona perché si è difesa sempre da tutto. Ricordiamo chi ha saputo donarsi: una madre, un padre, un insegnante, un sacerdote, un amico. Le persone che ci hanno cambiato la vita sono quelle che hanno perso tempo per noi, che ci hanno ascoltato, che hanno sacrificato qualcosa di sé.
È questo il paradosso del Vangelo: la vita non cresce quando la stringiamo tra le mani, ma quando la doniamo. San Paolo ci ricorda che con il Battesimo siamo stati immersi nella morte e risurrezione di Cristo per «camminare in una vita nuova». Notate il verbo: camminare. La fede non è possedere qualche verità in più, ma imparare ogni giorno uno stile di vita nuovo. E infine Gesù conclude parlando di un semplice bicchiere d’acqua fresca. Non grandi opere, non gesti clamorosi, ma un piccolo segno di amore. È bellissimo: Dio non misura la nostra vita dal rumore che facciamo, ma dalla vita che riusciamo a far nascere negli altri attraverso gesti semplici e quotidiani. E allora il messaggio di questa domenica è tutto qui: il Signore non ci chiede anzitutto di fare cose straordinarie, ma di lasciargli uno spazio nella nostra vita. Perché quando Dio trova una stanza aperta nel nostro cuore, anche là dove pensavamo che tutto fosse ormai sterile, ricomincia a fiorire una vita nuova. E forse, uscendo oggi da questa chiesa, la domanda più importante da portare con noi è questa: quale porta del mio cuore è ancora chiusa a Cristo? Perché proprio dietro quella porta il Signore sta già preparando il suo miracolo.

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